LE CATACOMBE DI PRISCILLA SULLA VIA SALARIA

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Di fronte a Villa Ada, sulla via Salaria, al civico 430, un modesto portoncino affacciato sulla strada consente l'ingresso al chiostro della Casa delle Catacombe di Priscilla e alla rete sotterranea di gallerie, profonda 35 metri, che ospita circa 40 mila sepolture paleocristiane. Alcune catacombe prendono il nome dal fondatore o fondatrice del cimitero; altre da colui o colei che donò il terreno ai cristiani affinché i membri della comunità vi trovassero degna sepoltura. Il nome di Priscilla, appartenente alla famiglia senatoria degli Acili, come indica l'iscrizione funeraria conservata nelle catacombe, deve quindi riferirsi alla fondatrice del cimitero o alla donatrice del terreno in questione.

Nel primo piano delle catacombe di Priscilla si conservano ancora le strutture murarie del criptoportico –un portico coperto e voltato, costruito per metà, o per tre quarti, sotto terra– che apparteneva a una villa romana. Non è ancora chiaro se questo ambiente fosse destinato fin dalle origini all'uso sepolcrale o se vi sia stato convertito solo successivamente. In entrambi i casi e in seguito all'abbandono della villa, il cimitero si sviluppò grazie a una serie di donazioni, tra cui quella di Priscilla, alla metà del II secolo. Durante le persecuzioni del III e IV secolo il cimitero ospitò i corpi di numerosi martiri e, successivamente, di sei pontefici non martirizzati. Tra questi, papa Silvestro che costruì una basilica sul sepolcro dei martiri Felice e Filippo.
Tra i numerosissimi loculi –sepolcri di forma rettangolare scavati nelle pareti di tufo delle gallerie– alcuni sono di particolare interesse per lo studio dell'iconografia paleocristiana e dei riti legati alla sepoltura. Il primo cubicolo –dal latino cubiculum, che significa camera, era una sorta di cappella di famiglia nella Roma antica– è detto della Velatio per l'affresco che domina la nicchia centrale. Da sinistra, un uomo anziano, seduto in cattedra, tende la mano destra verso una giovane donna per celebrarne le nozze. Lei tiene tra le mani un rotolo, la tabula nuptalis, che elencava i doveri degli sposi.
Il futuro marito, in piedi alle sue spalle, porta il flammeum, una sorta di velo, da cui il nome Velatio. Nella scena di destra la donna ha in braccio un bambino, ma in quella centrale appare in atteggiamento di preghiera (Orante) a simboleggiare l'ascesa al cielo dopo la morte. Nella stessa cappella sono affrescati alcuni episodi dell'Antico Testamento, molto frequenti nell'iconografia delle catacombe paleocristiane: i giovani ebrei salvati dal fuoco, il sacrificio di Abramo e Giona rigettato dal mostro, che simboleggiano la salvezza divina. Allo stesso modo, l'anima cristiana ottiene la salvezza grazie alla Redenzione. Al centro del soffitto, il Buon Pastore, simbolo di Cristo, guida il suo gregge di pecore. Proseguendo lungo il percorso accessibile al pubblico, fra la volta della galleria e una serie di loculi, si estende una fascia rettangolare decorata con pitture e stucchi che costituiva la sommità di un arcone sepolcrale, poi demolito per fare spazio ad altre tombe.
Accanto alle figure dei defunti tumulati e del Buon Pastore, il dipinto della Madonna con il Bambino e il profeta Balaam, del III secolo d.C,, è la più antica rappresentazione della Vergine col Bambino, indipendentemente dall'episodio della donazione dei Magi. Affacciata sul criptoportico, la cosiddetta Cappella Greca, che prende il nome dalle due iscrizioni in greco dipinte sulla parete di una nicchia, è decorata con affreschi e stucchi ornamentali, pannelli di finto marmo e diverse scene di salvezza, tratte dall'Antico e dal Nuovo Testamento. Alla destra della parete d'ingresso, la Fenice sul rogo, che secondo la mitologia viveva cinquecento o mille anni per poi morire tra le fiamme e rinascere dalle ceneri, simboleggia l'immortalità e la resurrezione dei corpi. Ma l'affresco più importante, sull'arco della nicchia centrale, è quello della Fractio Panis: su fondo rosso, cinque uomini e una donna velata partecipano al banchetto che prefigura l'Eucaristia.

Giovanna Fazzuoli
5 luglio 2016

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