"PAR TIBI, ROMA, NIHIL"

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"Par tibi, Roma, nihil" ("Come te, Roma, niente"): così esclamò il vescovo di Tours Hildebert de Lavardin dinanzi alle rovine dell’antica Roma nel 1100 circa. L'esclamazione latina del vescovo è anche il titolo di una mostra in corso tra i resti monumentali del colle Palatino (fino al 18 settembre), a cura di Raffaella Frascarelli, archeologa del vicino oriente antico e Presidente della Nomas Foundation insieme al marito Stefano Sciarretta.

Da un'idea del Presidente della Fondazione Romaeuropa Monique Veaute e grazie alla collaborazione della Soprintendenza Speciale per il Colosseo e l'area archeologica centrale di Roma e di Electa, le opere di 35 artisti contemporanei, tra sculture, installazioni, fotografie, video e performance della collezione Nomas, sono allestite tra le rovine dei palazzi della Roma imperiale, da tempo chiusi al pubblico. Fu Ottaviano Augusto, il primo imperatore romano, a scegliere il Palatino come residenza. Da allora, tutti gli imperatori fecero del Colle la propria dimora e trasformarono l'intera area in un unico grande complesso imperiale.
Nel corso del tempo, la parola Palatium finì per indicare il palazzo per eccellenza, non più legato necessariamente all'uso imperiale. Dalle poderose Arcate Severiane al cosiddetto "Stadio" della domus Augustana, grandioso palazzo di Domiziano, opera dell'architetto Rabirio, il percorso della mostra si snoda attraverso le architetture imperiali. L’area della Meta Sudans, un luogo di forte rilevanza urbanistica e simbolica, in corrispondenza del primo nucleo della città romulea, tra l’Arco di Costantino e il Colosseo, prende il nome della fontana monumentale di forma conica eretta in età flavia, laddove Augusto aveva già costruito una fontana più piccola. Oggi, in occasione della mostra, il sito ospita l'installazione site specific dell'artista Sislej Xhafa: una fontana di trenta metri di altezza composta da tante mani di resina. Infine, dalla terrazza superiore del Complesso Severiano, sventolano le bandiere multicolori di Daniel Buren.
I monumenti antichi intessono con le opere contemporanee un sottile dialogo che valorizza entrambe le realtà e suscita nuovi interrogativi: "Al centro del dibattito critico l’appropriazione della memoria storica (spolia), la manipolazione ideologica delle masse operata dall’arte antica, la creazione di un mito del potere, la dittatura attiva della religio, la strutturazione di lex e ius, il paradosso globale e le contraddizioni dell’eredità culturale. Un viaggio di dissenso all’interno del mito di Roma, una rilettura anarchica dei dispositivi di stratificazione della storia, un’esperienza di auto-educazione che induce lo sguardo a un ruolo attivo, dischiudendo prospettive aperte a un consumo culturale consapevole e critico,” spiega la curatrice.

Giovanna Fazzuoli
19 luglio 2016

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