RIVEDERE GERUSALEMME

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Sono nata in quel tempo lontano, prima che la Storia marciasse attraverso la terra rossa e profumata di gelsomino del mio Paese e annientasse presente e futuro e ne cancellasse il nome ed identità, il mio Paese: la Palestina. La mia terra, che ho sempre nel cuore, quella terra che mi ha inaridito e spogliato di tutto, famiglia, casa, amore, identità. Mi ha infuso solo il sapore della rabbia, una rabbia cosi violenta che non si può spiegare, una tristezza così cupa che fa piangere anche il deserto che si staglia morbido fuori Gerusalemme. Un sentimento che mi ha accompagnato tutta la vita. Se ripenso alla mia infanzia, alla mia giovinezza a Gerusalemme, una grande nostalgia m’invade il cuore. Non avevamo nulla, ci avevano spogliato ed espropriato di tutto.

Stavamo in un campo profughi fuori Gerusalemme, possedevamo però cose che scaldano l’anima e infiammano il cuore. Scolpivamo con furore i nostri nomi sulle pietre della Città Vecchia pensando così di conservare un’identità e non essere solo un numero soffocato dall’ingiustizia. Gerusalemme era il luogo magico per uscire dall’anonimato e sopravvivere e non pensare all’occupazione. Eravamo un legame indissolubile che abbracciava la storia e conteneva la nostra tragedia. La Palestina, con la sua guerra perenne, mi ha fatto diventare un ramo arido, senza amore, solo rabbia e solitudine.

E cosi sono dovuta partire per l’America. Era l’unica cosa da farsi, chiudere  con il mio passato, dimenticare tutto e cominciare una nuova vita con una nuova identità. La mia diversità mi accompagnava sempre anche se mi truccavo, avevo i capelli corti e i tacchi alti, traspariva dalla mia pelle scura e dai miei capelli. Tanti mi guardavano con sospetto. Ero un medico efficiente che lavorava in un grande ospedale, lavoravo indefessamente senza ferie ne’ tempo libero. Volevo essere indispensabile. Non volevo sapere nulla del mio Paese, pensavo solo al presente.
E un giorno quasi per miracolo è nata mia figlia, una bambina bellissima. Il padre un palestinese che era in America non so se per affari  oppure per piantare bombe o dirottare aerei. Non volevo sapere niente di lui, volevo solo un figlio. Mia figlia e’ cresciuta da americana, con valori e studi americani. Non le ho mai parlato della mia terra, ho chiuso la tragedia dentro il mio cuore e la guardavo felice crescere come una bella ragazza americana.
Oggi sono a Gerusalemme con mia nipote, una ragazza appena uscita dal College, con tutte le sicurezze acquisite negli Stati Uniti. Sono passati tanti anni e non riconosco più la mia città. Tante nuove costruzioni. anche la Città Vecchia sembra più fredda. La mia nipotina invece è senza parole, ammutolita da tanta bellezza. Io le dico: “Sono solo pietre!”. E dentro di me mi chiedo perché la tua dignità e le tue origini dipendono dalle pietre, dai monumenti in cui sei cresciuta e perché’ generazioni su generazioni, costruiscono monumenti per inventarsi un significato d’immortalità, confiscando, calpestando una terra che invece è immortale?
La mia nipotina mi guarda e dice: “Sono pietre che rappresentano la storia, la mia e quella tua, sono pietre immortali, sono pietre che hanno generato te e che tu hai passato a me anche se non volevi. Sono pietre che mi appartengono. Nonostante tutto e per quanto dolorosa non potrai mai cancellare la storia!”

Ascania Baldasseroni
10 settembre 2014

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