LA RAPINA

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La luce di settembre avvolge le siepi del giardino, di una luce calda, piena di ombre. I cani scorrazzano felici per i vialetti, rincorrendo l’enorme, cinese, che si muove a fatica. Io sono sotto il portico, ancora pieno di fiori, e i gatti persiani si strusciano sornioni sulle mie gambe nude. Assaporo questo momento di quiete, in questa domenica mattina. Non c’è nessuno in casa, questa casa enorme, piena di stanze e di ombre. Generalmente durante la settimana c’è un via vai di gente che entra e che esce, giardinieri, operai. Oggi fortunatamente sono sola. Mi guardo intorno, questa casa tanto amata, ma oggi troppo grande. Sono nata qui, quasi novant’anni fa.

Mi guardo intorno e mi sembra ieri, le siepi sono le stesse, forse non cosi curate, mi vedo scorrazzare insieme ai miei amici, giocare a nascondino e buttarmi sull’erba esausta, dopo tanto correre. Vedo mia madre, proprio sotto questo portico ricamare. Mi vedo tornare dai miei primi viaggi in Asia, dal Giappone dove sono andata all’Università. I miei primi libri li ho scritti proprio dove sono ora, guardando gli alberi che oggi mi sembrano ammantati d’oro, sotto la luce nitida di Settembre. Quanti ricordi belli. La mia vita è trascorsa veloce fra l’Asia e questa casa. Ho visto cambiare l’Asia, ho visto la Cina e l’India mettersi a correre e diventare grandissime potenze. Ho scorrazzato per le steppe della Mongolia ed ero felice quando, tornata a casa, mi sedevo sotto questo portico con una tazza di the’ in mano. Questa casa era il mio rifugio, al centro di Roma. Anche Roma cambiava come pure l’Italia. La casa invece è rimasta la stessa, bella, grande forse oggi un po’ sgretolata. Rientro in casa, fa caldo sotto il portico, devo fare una doccia. E’ cosi piacevole l’acqua che scorre, ho tutto il tempo del mondo, indugio sotto l’acqua anche se sento il campanello suonare. Non aspetto nessuno, non apro, mi dico, e lo lascio suonare. L’acqua scorre, quando sento un rumore di vetri fracassati dal lucernaio delle scale: mi metto addosso qualcosa e tutta bagnata corro a vedere. Due uomini incappucciati mi sbarrano la strada gridando: “I gioielli”. Io sono ferma, paralizzata, bagnata e con quasi niente addosso. Li guardo impietrita entrare nella mia camera, aprire tutti i cassetti, e fermarsi davanti ai miei due vassoi stracolmi di gioielli. Ci tuffano le mani felici, tirano fuori la storia della mia vita, anellini di bambina, collane etniche, alcune bellissime, altre chincaglieria, rubini e anche smeraldi dai miei viaggi in Birmania. Tante cose belle ma anche tanti vetrini. Tutti mi dicevano che ero pazza a lasciare così in vista tutti i miei gioielli, mischiati in un allegro disordine. Io sono sempre sulla porta impietrita, ho affrontato tanti momenti difficili nei miei viaggi che non ho paura. Gli uomini incappucciati tuffano le mani nei miei gioielli e li mettono in un sacco nero. Io sempre in silenzio, ad un certo punto urlo a quello che sembrava più vecchio: “Avete preso tutto, almeno ridatemi l’anello di mia madre, il suo anello che ora porto sempre io, con lo stemma della mia famiglia”. Il vecchio incappucciato mi porge il sacco ed io ,mezza nuda e sempre bagnata, tiro fuori l’anello della mamma , lo prendo e solo allora mi metto a piangere. I ladri, veloci, si sono avviati sul tetto. Tutti i miei ricordi sono spariti, mi guardo intorno e vedo il giardino immobile e allora mi viene in mente la massima buddista: “Dio ti ha dato, ma Dio riprende. Non esiste il possesso ma solo il distacco dalle cose!”. Col cuore gonfio, mi comincio ad asciugare.

Ascania Baldasseroni
7 ottobre 2014

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