LA LETTERA DELLA MAMMA

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E’ ancora buio quando esco di casa. Scruto il cielo è cupo e sta per piovere. E’ tardi e devo correre, ho una lezione alle nove e qui in America sono puntualissimi. Il vento scuote gli alberi carichi di foglie, in questo momento, rosse e bellissime. E’ autunno e a Boston è la stagione più bella. Nella tasca della giacca ho ancora una lettera da aprire, è arrivata ieri e non ne ho avuto il tempo. E’ della mamma, non riesco a capire perché’ mi scrive, dato che ci siamo sentiti due giorni fa per telefono e tutti e due i miei genitori mi sembravano star bene e tranquilli. Corro all’università e solo a sera ho il tempo di aprire la lettera. La mamma, con la sua bella calligrafia sottile, un po’ antiquata, mi comunica che papà dovrà subire un’operazione al pancreas. L’operazione è per la settimana prossima, poi ci saranno tutte le cure da protocollo.

Mentre leggo, il cuore mi batte forte. “Cosa posso fare, sono dall’altra parte dell’Oceano, in un’università importantissima, con classi di studenti che non posso certo abbandonare. Però sono figlio unico e dovrei correre da mio padre e cercare di confortare la mamma. ”Sono angosciatissimo, non posso dormire, non so cosa fare”. La mattina ne parlo con il mio capo, all’università il quale da buon americano, molto pratico, mi dice: “Vai per un week end, abbraccia la mamma, metti a posto alcune cose e ritorna dai tuoi studenti”.
In aereo comincia una angosciosa trattativa con me stesso: il senso di colpa per il tempo trascorso lontano da mio padre e quello per la distanza che non mi permetterà di essere accanto a lui. Come posso essere di aiuto a mia madre, mi chiedo continuamente. Una volta in Italia, con le ore contate, abbraccio mio padre dopo l’operazione. Lo vedo sereno, parliamo di tutto, di America, di economia, di terrorismo ma anche di ricordi. Sono ore dolcissime che sembrano non avere fine. Non mi muovo dal suo letto. Vedo la mamma stanca con gli occhi cerchiati di viola, l’abbraccio stretta. Il tempo è poco, la mamma non dice niente, cerca ancora una volta di difendermi dal dolore, nessuno parla, abbiamo messo in atto una specie di congiura del silenzio per difenderci. Io guardo l’orologio, fra poco devo ripartire. Guardo i miei genitori e abbracciandoli decido :non posso vivere così lontano devo essere accanto a loro.
Dico alla mamma che ha le lacrime agli occhi: “Non ti lascio sola, chiederò un’aspettativa all’università, ma noi dobbiamo lottare insieme. Supereremo questo momento avverso, come abbiamo diviso quelli gioiosi. Voi mi avete protetto dalle cose difficili della mia vita e ora sono io che voglio condividere quello che state vivendo, non voglio avere sensi di colpa mentre insegno, voglio darvi tutto l’affetto di cui sono capace”. E dopo mi chiedo anche: “Chissà se la mia università americana potrà capire?”

Ascania Baldasseroni
21 ottobre 2014

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