LA BUSTINA DEL TE’

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E’ una calda mattina di fine agosto, sono in Piazza della Signoria a Firenze, sotto la Loggia dei Lanzi e sto aspettando, ormai da più di un’ora, Franco mio marito. E’ il nostro punto d’incontro, c’incontriamo e dopo andiamo a mangiare in un ristorante vicino. Lo facciamo ormai da quarant’anni, da quando ci siamo sposati e veniamo a Firenze per il fine settimana. Scruto la Piazza, bellissima, immensa senza macchine. Di Franco neanche l’ombra. Mi metto in cerca e lo trovo in una via circostante, tutto sudato, appoggiato al muro e mi grida vedendomi: “Finalmente sei arrivata, mi sono perso!” Ricaccio in indietro tutti i pensieri cupi che mi saltano alla mente, lo prendo per un braccio e dolcemente ci avviamo verso il ristorante.

Mi dico, forse ha avuto un colpo di sole, oggi è particolarmente caldo e Firenze d’estate ha un clima infernale. Sono quarant’anni che viene a Firenze, dove io sono nata e cresciuta, la conosce benissimo, abbiamo anche una casina fuori le mura, tutta ridente fra le colline. Lo guardo sconvolta, il caldo e il sole possono fare brutti scherzi, ma nel mio cuore ho un brutto presentimento.
Da un po’ di tempo Franco è strano, apatico, senza voglia di fare niente, guarda senza vederla, la televisione, e non parla. E’ lo stress mi dico, lo stress di abituarsi ad una vita senza lavoro, dopo tanti impegni frenetici intorno al mondo. Ora in pensione ha tutto questo tempo libero e non sa cosa fare.
L’altra sera a cena non ricordava più i nomi degli amici. Io mi dicevo, succede a volte anche a me, succede a tutti dopo una certa età e seguitavo a fare finta di niente, il suo mutismo è solo depressione, noia, non sa come impiegare la sua nuova vita. Io cerco di stimolarlo, lui che amava l’arte ora entra nella galleria, si siede in un angolo senza guardare i quadri che erano la sua passione. Io lo guardo e mi dico: “E’ solo un momento, poi passerà, si deve abituare”.
Camminiamo insieme nei boschi vicino alla nostra casina e sembra non vedere gli alberi alti che pure ha piantato. Gli dico: ”Ti ricordi quanto hai faticato per piantare il viale di cipressi che circonda la nostra casa?” Lui mi guarda, senza vedermi, e mi dice: “Certo”, ma sembra non capire, sembra non vedere. Le sue parole sono così rare e, a volte, senza senso… L’altra mattina, come tutte le mattine da quarant’anni, appena sveglia, aspetto che Franco mi porti il mio tè. E’ un nostro rito amatissimo, Franco sia a Roma che a Firenze, ogni mattina della nostra vita mi ha portato il mio tè mattutino. Lui, precisissimo, ha sempre scelto fra i vari tè, la scatola rossa del tè indiano, forte e affumicato, che io prendo appena sveglia. Oggi aspetto, ma non viene nessuno, scendo e trovo Franco in cucina sconvolto, che mi dice: ”So che devo fare qualcosa, ma cosa ?” Ed io che l’ho sempre saputo, ma non volevo ammetterlo, corro in camera a piangere. Mi dico: “Ci si abitua a molte cose, ci si abitua anche all’idea della morte, ma come farò d’ora in poi con lui che c’e’, senza esserci? E’ possibile elaborare il lutto di una persona ancora in vita? Come farò, ogni giorno a percorrere questo corridoio vuoto?”

Ascania Baldasseroni
11 novembre 2014