TORNARE A ISTANBUL TRENT'ANNI DOPO

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I nostri figli per celebrare il nostro anniversario di matrimonio ci hanno regalato un biglietto per Istanbul. Sono passati trent’anni dalla nostra luna di miele. Siamo nello stesso albergo che domina tutta la città e mi commuovo guardando il Bosforo, il ponte di Galata, la torre, il Corno d’Oro. Sono passati tanti anni e la città dall’alto mi sembra la stessa, solo le case di legno  stanno scomparendo per lasciare il posto ad anonimi palazzi. Anche noi siamo cambiati, dell’ardore iniziale mi chiedo cosa sia rimasto. La vita ci rende più cinici e questo viaggio, al contrario, oggi mi spaventa. E’ un viaggio verso e dentro il passato più che un incontro al futuro.

E’ per questo che ho il cuore gonfio mentre salgo sulla terrazza del ristorante. Dall’alto vedo la Moschea Blu, Santa Sofia, il Topkapi. Guardo Teresa, mia moglie da trent’anni, la vedo agghindata per l’occasione, ma con la faccia imbronciata e le labbra serrate. 
Mangiamo le nostre mezes (antipasti) in silenzio. Non abbiamo nulla da dirci, vorrei chiederle: “Ti ricordi?” Ma non mi azzardo. Il silenzio più assordante è quello di un matrimonio, lo scorrere della vita nei suoi perversi meccanismi, nei suoi egoismi, ci ruba l’amore, lo corrompe, lo inquina, fino a farlo diventare qualcosa di statico, immobile, calcificato. Ordino lo champagne e Teresa, finalmente apre bocca, mi assale con un nugolo di parole, d’improperi. Un livore mai sospettato esce dalla sua bocca, sono parole durissime che si depositano nella mia anima, pesanti come pietre. La guardo, non oso replicare. Avevo ragione  a non voler tornare a Istanbul. Non si deve ritornare sui luoghi dei ricordi, il tempo che scorre cambia tutto anche il nostro cuore. Guardo la città che si stende sotto i nostri occhi, quella città che abbiamo guardato insieme pensando che il nostro amore fosse incorruttibile e niente ci avrebbe cambiato. Ritorniamo in camera, sempre in silenzio. Non posso dormire, penso alle nostre vite trascorse, fino ad oggi avevo pensato che noi fossimo una coppia come tante, incurvata dagli anni, un po’ acciaccata dalla vita, ma non avevo mai sospettato questo baratro immenso, ormai impossibile da  colmare.
E’ l’alba e il Muezzin invita alla preghiera del mattino: Allah è grande, Allah è grande ed io penso che il nostro matrimonio è ormai finito, non abbiamo la tolleranza di accettare le nostre imperfezioni. Il gomitolo della mia vita sta  per terminare ed io non ho più la forza  di continuare. Essere ritornati dove siamo stati felici con l’illusione di carpire la gioia passata, è stato un grande sbaglio. Mi alzo e giro da solo per i vicoli della città che si sta svegliando. Entro al Gran Bazaar. I gioiellieri stanno allestendo le vetrine. Vedo un paio di bellissimi orecchini di zaffiro che mi ricordano gli occhi di Teresa ragazzina, quando erano brillanti di gioia e di futuro. Li compro d’impeto, saranno il mio regalo d’addio. In albergo, trovo Teresa che sta ancora dormendo, poso gli orecchini sul cuscino, pronto ad andarmene. Lei li vede, mi tende la mano ed io penso che il futuro potrebbe sempre brillare come uno zaffiro.

Ascania Baldasseroni
29 luglio 2014

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