IL DAVID DI MICHELANGELO

0
0
0
s2sdefault

"E veramente che questa opera à tolto il grido a tutte le statue moderne et antiche, o greche o latine che elle si fussero; e si può dire che né 'l Marforio di Roma, né il Tevere o il Nilo di Belvedere, o i Giganti di Monte Cavallo, le sian simili in conto alcuno, con tanta misura e bellezza e con tanta bontà la finì Michelagnolo; perché in essa sono contorni di gambe bellissime et appiccature e sveltezza di fianchi divine, né ma' più s'è veduto un posamento sì dolce né grazia che tal cosa pareggi, né piedi né mani né testa che a ogni suo membro di bontà, d'artificio e di parità né di disegno s'accordi tanto. E certo chi vede questa non dee curarsi di vedere altra opera di scultura fatta nei nostri tempi o negli altri da qualsivoglia artefice".

Fanno discutere i due colossi dell'artista Jan Fabre collocati (temporaneamente) in Piazza della Signoria a Firenze in occasione dell'Estate fiorentina. L'artista originario di Anversa si autoritrae nelle due sculture bronzee intitolate Searching for Utopia e The man who measures the clouds, che rappresentano rispettivamente una tartaruga gigante e, come suggerisce il titolo, un uomo nell'atto di misurare le dimensioni delle nuvole nel cielo.
Due sculture che dividono i fiorentini e non solo, come già era successo per l'idolo d'oro di Jeff Koons dedicato a Pluto and Proserpina. L'artista americano aveva manifestato la sua disponibilità a lasciare la scultura a Firenze per un prestito di lunga durata, ma, dopo aver saputo che il sindaco Nardella aveva stilato una lista di potenziali location in cui ospitare l'opera, senza includere l'ambita Piazza della Signoria, avrebbe ritirato la sua offerta.
Piazza della Signoria è sempre stata al centro della vita politica e civile di Firenze, dall'esecuzione di Girolamo Savonarola, impiccato e poi bruciato sul rogo con l’accusa di eresia, al cambio di residenza di Cosimo I de Medici, che trasformò il palazzo pubblico della Signoria nella sua casa privata. Il volto della piazza riflette questi cambiamenti e la stratificazione di valori e di idee di cui l'arte si è fatta portavoce. Un esempio fra tutti è quello del celeberrimo David di Michelangelo, ora allestito alla Galleria dell'Accademia, all'interno di un'esedra che sembra un'abside, illuminata da una luce zenitale che attraversa i vetri della cupola, valorizzando la perfetta anatomia del nudo michelangiolesco.
La nitidezza assoluta delle forme del David contrasta con il non-finito dei cosiddetti Prigioni, quattro figure maschili che sembrano svincolarsi faticosamente dalla prigionia della pietra, spezzando la materia per liberare lo spirito, l'idea, racchiusa all'interno del blocco di marmo. "Il Gigante" è alto 517 cm e pesa circa 5600 kg. Il marmo da cui fu ricavato proviene da Carrara, ma non è di ottima qualità. Presenta infatti diverse venature e numerosissimi fori di piccole dimensioni detti taroli, oltre ad essere soggetto al fenomeno del cosiddetto "marmo cotto", caratterizzato dalla decoesione dei cristalli che compongono la materia. I
l blocco fu portato all'Opera di santa Maria del Fiore nel 1464 e l'incarico affidato ad Agostino di Duccio, che dopo aver sgrossato sommariamente il blocco rinunciò all'impresa. Michelangelo, che abitava a Roma dove era già divenuto famoso, lavorò pazientemente il marmo da tutti scartato e dopo tre anni, nel 1504, consegnò il suo capolavoro alla Repubblica fiorentina. Fu una commissione di esperti, tra cui Andrea della Robbia, Cosimo Rosselli, Perugino, Botticelli e perfino Leonardo, a decidere dove collocare la scultura. Giuliano da Sangallo propose di sistemarla al coperto, vista la fragilità del marmo. Vinse invece la proposta di Filippino Lippi di posizionarla accanto al portone di Palazzo Vecchio, dove oggi si trova la sua copia, come simbolo della giovane Repubblica che sfida i suoi nemici, custode del potere dei fiorentini, emblema della giustizia divina che protegge i giusti.
Il David e la sua iconografia continuano ancora oggi a far discutere. Lo storico dell'arte Mauro di Vito ha recentemente pubblicato sul sito della Treccani un articolo dal titolo "Selfie d'artista: il David di Michelangelo", in cui riconosce nella rappresentazione michelangiolesca del David un autoritratto dell'autore. Come prove a sostegno della sua tesi di Vito evidenzia la somiglianza di David con il volto di Michelangelo Buonarroti, il suo membro non circonciso e lo strumento che tiene fra le mani, tradizionalmente identificato con una fionda ("non è né una mazzafionda, né una fionda a forcella, e se esaminiamo attentamente la sua conformazione nastriforme, non troviamo alcuna raffigurazione di fionde di questo tipo"), che sarebbe invece un cingolo "col quale lo stesso Michelangelo lucidò il suo capolavoro."
Spiega di Vito: "Il paragone non è un artificio retorico: l’identificazione di sé con il proprio personaggio è ampiamente supportata da un endecasillabo autografo riportato a fianco di un disegno preparatorio per il David bronzeo, sul foglio 714 r del Louvre, dove Michelangelo scrisse: Davicte chollafromba et io chollarcho. [Davide con la fionda ed io con l’arco]", riferendosi al trapano ad arco, usato allora dagli scultori per traforare la pietra.

Giovanna Fazzuoli

3 maggio 2016