LA MIA MAMMA STA MORENDO
C’è un momento nella vita in cui non siamo più mogli, non siamo più mamme , non siamo donne in carriera, ma diventiamo donne sandwich perché apparteniamo ad una generazione schiacciata tra i genitori che invecchiano e stanno morendo e i figli che sono ancora all’ovile. Una condizione ormai comune a molte donne italiane,infatti se c’è un anziano malato è sempre la figlia, la donna di casa che se ne occupa. Avere al proprio fianco una madre longeva è un bellissimo dono, anche se poi in Italia, dove non esistono aiuti adeguati diventa uno stress incredibile.
La figlia si assume nei confronti di sua madre una grande responsabilità non solo pratica, ma anche emotiva, tra preoccupazioni, corse infinite, sensi di colpa e spiragli di tenerezza. Di fronte ad una madre che se ne sta andando, riaffiorano tutti i contrasti mischiati a un grande senso di amore. Si diventa suo marito cercando di proteggerla, la spalla su cui piangere e la figlia mai abbastanza adeguata.
Mia madre stava bene, è stata bene per anni, ero io che crollavo sotto il peso di una vita stressante. Ero io che m’ingrigivo e mi curvavo sotto la fatica di fare carriera e di organizzare una famiglia. Gli anni passavano e un giorno,all’improvviso mia madre ha avuto un crollo, una diagnosi: poco tempo da vivere. Quel giorno ho capito quanto l’amavo, fino ad ieri stava bene, litigavamo per niente, mi sbatteva continuamente in faccia il telefono, mi criticava continuamente: ma da un giorno all’altro ho capito quanto l’amavo. Quella donna che per tutta la vita mi aveva procurato uno stato di disagio e che con la sua autorevolezza mi aveva a volte devastato l’esistenza, se ne stava andando.
Quante volte nella mia debolezza, infastidita dalle continue critiche avevo perfino desiderato che non ci fosse e ora aveva i mesi contati, forse addirittura i giorni. A questa notizia mi sono trovata distrutta, devastata. Io amavo quella donna bisbetica e lei pure mi amava, l’ho quindi abbracciata stretta e le ho detto piangendo: sei la mia mamma. Lei mi ha abbracciato teneramente con grande dignità. Aveva capito tutto ma non ne voleva parlare. Ho guardato i suoi occhi che erano pieni di lacrime. In un momento come questo ogni disagio, ogni incomprensione veniva cancellata.
Ero tristissima ma allo stesso tempo felice come una bambina. Lei mi amava. Poi il giorno dopo tutto cambiava ancora una volta, ritornava burbera e autoritaria e ricominciava anche il mio tormento. Io diventavo isterica, non accettavo il fatto che se ne stava andando che la strada era ormai un vicolo cieco. Oggi mi sto ammalando di dolore, di fatica, di sensi di colpa. Ogni giorno corro dalla mia casa verso la sua, con il cuore in gola, senza sapere cosa succederà. Come la troverò? Sarà lucida? Dentro di me mi auguro che mi urli. La troverò confusa, forse delirante? Quando mi avvicino a lei, devo sopportare la pena di vederla cambiata, non è più lei, in qualche modo se n’è già andata. Rimpiango le sue critiche, la sua superiorità.
Ad ogni modo so come finirà: chiuderò la porta di casa e ogni arrivederci a domani diventerà uno strappo doloroso, domani è così lontano e non so cosa succederà.
Non ci voglio pensare, lotto quindi, giorno per giorno, con una determinazione e una forza a me sconosciuta per cercare di fermare il tempo.
Ascania Baldasseroni
12 gennaio 2016