Il Lutto nel Terzo Millennio
Il termine lutto evoca istintivamente uno spostamento del pensiero su altri argomenti, perché è una parola che non si vorrebbe mai sentir pronunciare. In realtà, lutto non si riferisce esclusivamente all’evento morte, ma anche alle separazioni da persone, da luoghi o da attività lavorative che coinvolgano profondamente, a livello affettivo ed emotivo, un individuo. Però, proprio perché il termine lutto è psicologicamente bandito dalla mente, la sua elaborazione, che ne consentirebbe il superamento, è rallentata o è bloccata. La società con i suoi ritmi accelerati, in cui gli esseri umani oggi vivono, non aiuta a trovare il tempo cronologico e il tempo individuale, per consentire quel naturale momento introspettivo e introvertito per entrare e attraversare la fase luttuosa. La zona d’ombra, che lambisce la vita nei momenti più tristi, richiede attenzione e cura dei sentimenti che si attivano, affinché si possano riconoscere per farsene consapevoli. La distrazione del pensiero da ciò che provoca dolore, non è un rimedio che può durare nel tempo, per rimandare la sofferenza, spostandola un po’ più in là, perché prima o poi si incontra di nuovo. Ci sono segnali stradali che in certi luoghi indicano un’andatura “a passo d’uomo”, ma qual è il passo dell’uomo? Forse, quello più consono a ognuno, un passo che rispetti i tempi interiori che affondano le radici nella propria cultura, educazione o mentalità, sicuramente non generalizzabili o omologabili.
L’elaborazione di un lutto, qualunque esso sia, è un percorso nel quale si incontrano i ricordi, le emozioni e i sentimenti utili ad accompagnare la separazione da ciò che si lascia andare fisicamente, ma che si cerca sempre più di interiorizzare simbolicamente, creando uno spazio intimo nel quale racchiudere esperienze che si trasformano in preziose perle di vita vissuta. Il lavoro del lutto nel terzo millennio è mancante della parte di ritualizzazione che in passato rendeva tangibile il tempo di elaborazione e ne consentiva la catarsi. Oggi si è alla ricerca di un nuovo modo di vivere il lutto, che risponda soprattutto alle esigenze dettate dalla velocità dei ritmi della vita, ma con il rischio di non viverlo consapevolmente. Ciò che si perde non esiste più, ma la logica del pensiero si infrange sullo scoglio dell’emotività che ripropone l’assenza come acuta presenza, finché la separazione, da ciò che non esiste più, non si traduca in un distacco psicologico.
Sira Sebastianelli
psicologa-psicoterapeuta