Salute e Benessere

Riabilitiamoci!

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Quando si sente parlare di riabilitazione si avverte un sussulto, perché si visualizza una condizione di immobilità del corpo che richiede un percorso  fisioterapico.  In realtà, la riabilitazione è anche psicologica, tant’è che l’articolo 1 della Legge n. 56 del 18 Febbraio 1989, che regolamenta la professione di psicologo, recita: “La professione di psicologo comprende l’uso di strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito.”

Naturalmente  l’intento di questo excursus non ha lo scopo di entrare nel merito di una riabilitazione a carattere terapeutico, ma prendere spunto per focalizzare l’attenzione sulla necessità che ognuno di noi può avere, in una fase  post-pandemica, di riprendere il cammino riabilitativo della vita con entusiasmo, andando oltre la paura.  I lunghi mesi trascorsi a convivere con un virus sconosciuto e insidioso  hanno gradualmente eroso le basi su cui  poggiavano le relazioni umane.  Il distanziamento sociale ha spesso prodotto la distanza sociale, per la diffidenza nei confronti del prossimo (forse infetto), l’impossibilità a esprimere le proprie emozioni epidermiche, l’inibizione di slanci stimolati da un desiderio rimasto inesaudito, oltre a comportamenti di chiusura preventiva che in alcuni casi sconfinava in agorafobia.

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Vigilia

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Vigilia, termine evocativo dell’attesa. Oggi  più che mai l’attesa accompagna la vita quotidiana. Da quando la pandemia ha costretto l’Umanità a un nuovo stile di vita, i verbi aspettare e attendere, infatti, sono stati coniugati costantemente  al futuro da chiunque aspirasse a soddisfare un bisogno o a esaudire un desiderio.    Nel libro di Hermann  Hesse “Siddartha”,  al protagonista della storia narrata, qualcuno chiede: “…Che cosa sai fare, dunque?” e la risposta  è: “Io so pensare. So aspettare. So digiunare”. L’attesa, quindi, come condizione psichica per non cedere alla fretta o all’ansia di vedere  quanto stia per giungere o per compiersi.  Una lunga vigilia da vivere, affinché maturino i tempi per procedere a quanto necessario per sé. Il “saper aspettare” di Hesse riferito al non farsi trascinare verso l’anticipazione degli eventi, per non rimanere delusi dalla prematurità o incompletezza degli stessi, modifica  la percezione del tempo da cronologico a psicologico.

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Tappeto Volante

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Chi non vorrebbe un tappeto volante, oggi? Un tappeto volante per sorvolare i tetti delle città in sicurezza, oltre gli assembramenti e i distanziamenti? La risposta è facile: tutti, specialmente gli over e le over che, in questi giorni d’autunno, sentono crescere la paura e l’incertezza. Il pensiero magico-animistico che caratterizza il mondo dell’infanzia, purtroppo, svanisce nell’arco di pochi anni, quando sopraggiunge la cognizione che l’essere umano non è  magico  e di conseguenza lascia il tappeto a terra senza nessun propulsore fantastico.

Però, un po’ di magia non guasta per sentirsi comunque su un tappeto che delimita uno spazio sacro, qual è la vita di un essere umano. Ormai vivere nel distanziamento è un imperativo salvifico che ci  dovrebbe far sentire all’interno del  confine utile alla prevenzione di un contagio.

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POSITIVO!

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Chi non ha un sussulto quando legge o sente il termine “positivo”?  Un termine che dovrebbe avere un connotato essenzialmente buono e favorevole, mentre sempre più è associato a uno stato di malattia, perché ne conferma la presenza.

Spesso non ci rendiamo conto di quanto un termine possa essere ambivalente nel suo significato, in relazione all’uso  cui è destinato. Il pensiero che il positivo abbia risvolti negativi  e il negativo abbia risvolti positivi produce un corto circuito, al punto di dover creare schemi mentali  adatti alla classificazione dell’evento.  Il positivo in genere si associa al bianco e il negativo al nero, due colori opposti come la luce e il buio. Dove c’è luce non c’è buio e dove c’è buio non c’è luce, ma la luce può produrre le ombre, quelle zone  sconosciute alla coscienza dove si annida l’ignoto. È  in quella zona  d’ombra che si cela il negativo che  sconfina nel positivo deprivandolo del suo significato originario. La consapevolezza che la luce produca ombre, offre la possibilità di  riflettere su quanto il confine tra il positivo e il negativo sia labile. 

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WISTARIA

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Un ricordo antico che cambia nome, ma ne lascia il sapore e la bellezza. In primavera facilmente ci s’imbatte in cascate  blu-violetto, lilla o bianche di fiori bellissimi, dal profumo leggero ma inebriante. Questa cascata di fiori l’ho sempre conosciuta col nome di Glicine, ma, approfondendo, scopro che il nome botanico è Wistaria  sinensis, floribunda e venusta. La sinensis, che  sembra essere quella più diffusa, riconduce all’infanzia, quando, incredibile a dirsi, i fiori si potevano assaggiare direttamente dalla pianta, succhiandone l’interno. Sapore dolce e  ignoto che difficilmente oggi si avrebbe il coraggio di recuperare, per come l’incontaminata aria del passato concedeva. Perché il glicine?  In fondo i ricordi del passato  hanno la forza di spingere verso l’eternità, per quella sensazione di tempo infinito che sembra intercorrere tra il ricordo e il presente. Ricordi utili a recuperare segmenti di vita, che ritornano in evidenza per riconnettersi con le radici lontane dell’esistenza. La semplicità delle esperienze vissute nel passato ridimensiona la complessità del tempo presente,  con le sue difficoltà senza apparente soluzione.

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Il compagno e la compagna di banco

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Le scuole riprendono la loro attività negli edifici abbandonati  per il Covid19, ma,  oltre ai tanti dispositivi di sicurezza che sono usati per la prevenzione del contagio,   il distanziamento  rende necessario il banco monoposto e di conseguenza scompare il compagno o la compagna di banco. Il ricordo dei tempi della scuola è costellato di persone con le quali si è condiviso un ciclo  o addirittura tutti i cicli scolastici con la stessa presenza al proprio fianco.   A volte, prima dell’inizio della scuola, si prendevano accordi  con i compagni di classe per decidere con chi sedere al banco, oppure  si scatenavano  gelosie per “tradimenti” che si consumavano durante l’anno. Quando i compagni o le compagne di banco erano assenti, si percepiva un vuoto che  produceva disagio, come se mancasse una protezione dalle paure o dalle ansie che il compito in classe o l’interrogazione sollecitavano.

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