Attualità

TRECCANI: UN VOCABOLARIO DI IMMAGINI.

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Si chiama UTOPIA ed è a cura di Treccani Arte, un ramo del famoso Istituto della Enciclopedia Italiana sulle cui opere tanti di noi hanno studiato e che ancora oggi ci supporta quotidianamente rendendo disponibili a tutti il Vocabolario e l’Enciclopedia on line. Treccani Arte è interamente dedicato all’arte contemporanea, con la realizzazione di pubblicazioni e di grafiche e multipli d’artista dei più grandi nomi italiani .Oggi Treccani Arte lancia una nuova linea di poster d’artista che ambiscono a illustrare, utopicamente, i centocinquantamila lemmi del vocabolario Treccani.

Lemma è la voce, il titolo di un singolo articolo di enciclopedia o di dizionario: una parola, quindi, scelta da ciascuno degli artisti selezionati da Treccani per essere illustrata attraverso un’immagine. Ogni artista ha interpretato la parola scelta con la massima libertà espressiva, rappresentandola in modo inedito e ripensandone il significato stesso.

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I Marchini tra impegno e passione

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Una passeggiata fino all’’Accademia Nazionale di San Luca in pieno centro di Roma proprio dietro la Fontana di Trevi è già una bella idea ma se poi ci aggiungiamo la mostra “Una storia nell’arte. I Marchini tra impegno e passione”, diventa una full immersion nell’arte.

La mostra è a cura di Fabio Benzi, Arnaldo Colasanti, Flavia Matitti e Italo Tomassoni, con il coordinamento di Gianni Dessì e l’allestimento di Francesco Cellini e Gianni Dessì.

Un gruppo di studiosi autorevole, un progetto ambizioso che raccoglie più di centotrenta opere selezionate fra quelle che hanno accompagnato la vicenda storica e umana di Alvaro Marchini e della sua famiglia. Una storia scandita dall’impegno imprenditoriale e politico (Marchini è stato comandante partigiano, medaglia d’argento della Resistenza, cofondatore della società che editò “l’Unità”, organo del Partito Comunista) e dalla passione per l’arte, che lo porta a collezionare e ad aprire nel 1959 una galleria: La Nuova Pesa, con sede prima in via Frattina e dall’autunno 1961 in via del Vantaggio.

La prima stagione della galleria La Nuova Pesa, tra il 1959 e il 1976, vede coinvolto un gruppo di artisti e intellettuali, da Antonello Trombadori a Renato Guttuso, da Corrado Cagli a Pier Paolo Pasolini, da Alberto Moravia a Carlo Levi, legati ad Alvaro Marchini da amicizia, oltre che da una familiarità culturale e ideologica. Anche Simona e Carla, le due giovani figlie di Alvaro, partecipano attivamente alla gestione della galleria.

Chiusa La Nuova Pesa nel 1976, Alvaro Marchini continua l’attività imprenditoriale e collezionistica sino alla morte, avvenuta il 24 settembre 1985. Un mese dopo la figlia Simona, quasi a lenirne la perdita, apre una nuova galleria, stessa città, stesso nome ma nuovo indirizzo, via del Corso, che, in un’ideale continuità sentimentale, si avvia a farsi testimone del proprio tempo sino a giungere ai nostri giorni.

L’esposizione si snoda lungo tutti gli spazi di Palazzo Carpegna, a partire dalla Galleria Accademica al terzo piano, lungo la rampa borrominiana, attraverso il Salone d’Onore fino al giardino, al portico e alle sale espositive del piano terra e presenta i lavori di 77 artisti, tra i massimi nazionali e internazionali, a ricoprire tutto l’arco del Novecento fino ai giorni nostri. Punto di partenza del percorso espositivo sono le sale della Galleria Accademica al terzo piano  che accolgono il visitatore con opere di Giacomo Balla, Georges Braque, Carlo Carrà, Giorgio de Chirico, Filippo De Pisis, Juan Gris, Fernand Léger, Albert Marquet, René Magritte, Pablo Picasso e Ardengo Soffici, continuando poi con i lavori di Edita Broglio, Corrado Cagli, Antonio Donghi, Renato Guttuso, Leoncillo, Carlo Levi, Osvaldo Licini, Mario Mafai, Giacomo Manzù, Mirko, Giorgio Morandi, Fausto Pirandello, Antonietta Raphaël, Alberto Savinio, Carlo Socrate e Francesco Trombadori. 

La mostra prosegue giungendo nel Salone d’Onore al primo piano dove sono esposti disegni di Scipione, un importante studio preparatorio per la Crocifissione di Guttuso (1940-41) e una significativa raccolta di disegni di Ernst Ludwig Kirchner, Otto Dix e George Grosz, tra espressionismo e Nuova Oggettività e a chiudere una selezione di opere rappresentative dell’attività della galleria, con opere di Renato Guttuso, Carlo Levi, Alberto Ziveri, Renzo Vespignani, Titina Maselli, Alberto Gianquinto, Piero Guccione, Gianluigi Mattia e Franco Mulas.

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Sta per tornare Floracult!

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Dopo mesi in cui siamo rimasti chiusi a casa con la paura del Covid finalmente si avvicina la primavera e in aprile riapre Floracult, Natura è Cultura la manifestazione che da dodici anni mette insieme florovivaismo amatoriale ma anche natura, vita all’aria aperta e ambiente.

Floracult è promossa e organizzata da Ilaria Venturini Fendi, proprietaria dell’azienda agricola biologica I Casali del Pino in cui si svolge l’evento, ed è a cura di Antonella Fornai, nota esperta di giardini e Francesco Fornai, architetto paesaggista. Molto più di una fiera, FLORACULT offre un percorso che si snoda tra oltre 120 espositori a cui si affiancano laboratori, installazioni, esperienze culturali e ludiche.

Offre la partecipazione gratuita ad associazioni ed ong che si occupano di sviluppo sociale ed ambientale e spazi educativi e ricreativi per i bambini oltre a corsi di giardinaggio, consigli di esperti, presentazioni di libri, degustazioni, progetti multimediali. Numerosi gli incontri con designer e artisti che lavorano approfondendo le più importanti tematiche legate alla natura e all’ambiente.

Floracult da sempre promuove tematiche e progetti legati alla sostenibilità. Ilaria Venturini Fendi ha utilizzando Floracult sin dalla sua prima edizione come luogo di incontro delle voci più interessanti che affrontano il tema e come occasione per promuovere tecnologie innovative legate alla difesa della terra e dell’ambiente.

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Donne nella musica

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Gaia Vazzoler nasce pianista al Conservatorio di Latina, si laurea col massimo dei voti al DAMS di Roma Tre, insegna musica ai piccoli di tre-cinque anni, fa concerti e si dedica a studi di musicologia. Sue una serie di  introduzioni di grande successo ai concerti dell’Accademia di Santa Cecilia a Roma con cui ha collaborato per dieci anni. Il pubblico ha mostrato di apprezzare molto l’ascolto diuna introduzione al discorso musicale. Da qui, durante il lockdown, nasce l’idea di fare dei salotti musicali a cui tutti si possono iscrivere. E moltissime sono le donne over 60 che si iscrivono sfatando il luogo comune che le donne “non rispondono” perché in realtà possono suonare qualsiasi strumento, soprattutto il pianoforte che richiede un atteggiamento “multitasking” tipico delle donne perché comporta l’uso non solo del cervello e quindi del pensiero ma contemporaneamente della vista per leggere la musica e delle mani e dei piedi per suonare.

 Negli anni Gaia Vazzoler aveva notato come nel campo della musica fossero presenti sempre e soltanto gli uomini, così si è messa a fare delle ricerche da cui è nata una carrellata straordinaria di donne che hanno aiutato i loro fratelli e mariti senza mai apparire, ombre preziose e silenti di musicisti famosi.

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Alla Galleria del Cembalo arriva Letizia Battaglia

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Paola Stacchini Cavazza e Mario Peliti  ci sorprendono sempre per la loro raffinata cultura. Questa volta hanno scelto Letizia Battaglia con Vintage Prints, fotografa siciliana di grande valore e con moltissimi riconoscimenti anche all’estero.

Attraverso quaranta stampe di piccolo formato selezionate da Letizia Battaglia dal proprio archivio, insieme ad Alberto Damian e a Matteo Sollima, curatori della mostra, l’esposizione presenta alcuni tra gli scatti più noti della fotografa siciliana, affiancati – in alcuni casi – da un secondo sguardo della stessa situazione, spesso stampato in camera oscura in unico esemplare. In un’epoca caratterizzata da immagini realizzate in grande formato, concepite per l'esposizione a parete, la forza evocativa di questa mostra consiste proprio in ciò che è celato in ciascuna delle piccole opere esposte: la storia del singolo foglio di carta. A corredo della verità dei fatti di cui queste fotografie danno testimonianza, molto spesso tragici, il lato posteriore di ogni stampa aggiunge una storia propria, suggerita dai diversi timbri dell’autrice e delle agenzie che distribuivano a quotidiani e periodici il suo lavoro, da annotazioni e indicazioni per la stampa, oltre alle didascalie scritte di getto.

Realizzate tra gli anni Settanta e l’inizio dei Novanta del secolo scorso, la maggior parte delle fotografie documenta la complessa realtà della vita a Palermo di quel periodo, dagli omicidi di mafia alla condizione dei bambini “a rischio”, dalla vita nei quartieri poveri alle feste dell’aristocrazia. A questo nucleo principale si affiancano alcune immagini realizzate all'estero, per esempio nel 1986 a New York, dove si era recata per ritirare il New York Times Award e dove l’anno prima aveva ricevuto il W. Eugene Smith Fund Grant, prima donna europea a ricevere tale riconoscimento, o ad Arkhangelsk, in Unione Sovietica, con un ritratto quanto mai attuale (purtroppo) di un gruppo di infermiere celate dietro le mascherine, o infine nel 1987 nel reparto psichiatrico di un carcere femminile a Madrid.

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“La festa è finita” è la nuova personale di Florence di Benedetto, che inaugura il prossimo 18 gennaio alla galleria Glauco Cavaciuti. Dopo “There is beauty in everything” del 2019, Cavaciuti torna ad ospitare un solo show dell’artista, il primo presso dallo spazio di via Vincenzo Monti 27, dopo le restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria. In mostra 14 fotografie e una grande luminaria salentina, protagonista di tutti gli scatti fotografici. Il lavoro, che per media e materiali si differenza dalla produzione pittorica precedente dell’artista, ne prosegue la ricerca e si dimostra come un’evoluzione dello stesso linguaggio, nell’intento di rappresentare un vissuto che parte dal personale e dall’osservazione della realtà per arrivare a una nuova visione di questa, trasfigurata e resa generale. “La festa è finita” è una riflessione sul tempo che stiamo vivendo, che ruota intorno al concetto di polarità e contrapposizioni che la pandemia ha messo ancora più in evidenza. Il lavoro gioca sul contrasto tra un’immagine gioiosa che richiama le strutture delle feste tradizionali del sud Italia e un messaggio estremamente crudo e diretto, che rivela lo stato delle cose di questi ultimi due anni, durante i quali, l’idea di festa, in senso lato, è mutata.

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