LE LETTERE D'AMORE DI MIKALIS
Mikalis, ogni sera, dopo aver ritirato le reti, sedeva solitario sul gradino della sua casupola sul porto. Guardava il sole che piano piano s’inabissava nel mare. Mikalis era un pescatore di più di ottanta anni, ancora di bell’aspetto con una chioma abbondante e grandi spalle larghe. Quel giorno aveva un foglio fra le mani che rigirava continuamente. Non sapeva né leggere né scrivere, quindi chiamò Kosta, un giovane australiano, e gli chiese di scrivergli una lettera. Era indirizzata ad un’agenzia di cuori solitari in Russia. “Sono un sessantenne di bell’aspetto, vivo su un‘isola, bellissima, posseggo una bella casa sul mare e anche un caicco”. Ivanka, dai capelli biondissimi e dall’aspetto procace, rispose immediatamente.
Mikalis rigirava la sua foto contando i giorni del suo arrivo. La mattina Mikalis tirò fuori il suo vecchio abito intignato, con cui si era sposato, colse dei gelsomini avvolgendoli in carta stagnola e si mise in attesa tutto impettito sul porto. Quando la grande nave arrivò nel porto, la prima ad uscire fu Ivanka: una signora con i capelli ossigenati, strizzata in un abito di seta lucida e dai grandi tacchi rossi. Vedendo Mikalis lo guardò attentamente e gli disse: “Come porti male i tuoi sessant’anni”. E quasi correndo, gli disse ancora: “Portami alla casa e alla barca!” Tutto il paese stava guardando in silenzio. Arrivati alla casa , si tappò il naso e cacciò un urlo, gettò a terra il mazzolino e volle vedere la barca. A quel punto dette uno schiaffo al povero Mikalis e correndo sui suoi trampoli rossi si precipitò alla nave che stava partendo. Non erano passati neppure dieci minuti dal suoi arrivo. Mikalis per alcuni mesi ritornò a guardare il mare, tutto solo. Un giorno chiamò ancora Kosta, il giovane australiano: “Questa volta si scrive in Congo!”, gli disse.
Il giorno che Makeba doveva arrivare, Mikalis ritirò fuori il suo vecchio vestito, colse i fiori e si mise in attesa. Questa volta dalla grande nave, scese un donna altissima, grandissima , di ebano scuro, avvolta da un GranBabu e con un fazzoletto sulla testa. Si precipitò ad abbraciare Mikalis, quasi stritolandolo fra le sue grandi braccia e a braccetto, sotto gli occhi del paese, si avviarono alla catapecchia sul porto. Appena la vide, Makeba batte’ le mani contenta, noncurante dell’odore di pesce morto e abbracciò ancora Mikalis. Il giorno dopo comprò secchi di candeggina e così l’unica stanza divenne quasi presentabile.
Ogni sera Makeba aspettava il ritorno di Mikalis al tramonto. Pulivano insieme le reti e dopo nella casupola si sentivano suoni di buzooki e grandi risate. Una sera Mikalis ritornò a casa pallidissimo, batteva i denti, aveva una febbre altissima che continuava a crescere. Makeba lo tenne stretto fra le sue braccia. Il dottore disse che non sapeva cosa fare: Mikalis aveva preso un morbo sconosciuto, forse africano.
Il giorno del suo ultimo viaggio, in mezzo alle litanie ortodosse, si levò un canto altissimo, dolcissimo, un canto d’amore africano.
Ascania Baldasseroni
26 agosto 2014

