Attualità

Storia del gattino Questo.

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Una nuova casa, un nuovo periodo della mia vita. 65 per ricominciare, insomma. E quando sono arrivata nella nuova casa, sui tre gradini davanti alla porta ho trovato un gattino che chiedeva insistentemente da mangiare e, con occhi imploranti, di entrare. L’inquilina prima di noi aveva l’abitudine di dar da mangiare sia a lui che ad altri gatti che la sera e la mattina reclamavano cibo e acqua. Ma erano tutti molto aggressivi, gatti di strada, abituati a sopraffarsi anche con violenza pur di ottenere il cibo. E chi rimaneva sempre senza nulla? Il povero gattino chiamato da lei Questo per distinguerlo dai suoi fratelli molto simili a lui. Questo voleva sì da mangiare ma cercava soprattutto carezze. Più piccolo degli altri, grigio ma con delle belle striature scure da tigrotto e i polpastrelli delle zampe neri. E sempre lì ad aspettare una carezza, una grattatina sulla testa e magari di essere preso in braccio. Avrei voluto prenderlo in casa ma mio marito non era molto entusiasta, ma mentre cercavo di convincerlo, il gattino improvvisamente sparisce. Per giorni e giorni l’ho chiamato ma niente, arrivavano tutti gli altri gatti ma lui no. Che fine aveva fatto? Forse era stato preso in casa da qualcun altro o magari gli era successo qualcosa di brutto. Forse era stato investito da una macchina? Mi sentivo in colpa per non averlo preso io, chissà che fine aveva fatto povero gattino. Finché una mattina ho sentito   miagolare sui gradini di casa, ecco era tornato! Ma purtroppo era quasi cieco da un occhio, probabilmente era stato sopraffatto in un combattimento con qualche gatto più grande.

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Una ricetta dall’Oman.

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D’ estate sulle tavole italiane il riso è sempre presente sia come primo piatto che servito come insalata di riso condita con pomodori, peperoni rossi, prosciutto cotto, olive nere, formaggio, erba cipollina, tonno.

In Oman un piatto classico è il riso biryani. Ma cominciamo dall’inizio perché non tutti sanno dove si trova il Sultanato dell’Oman, quindi ecco qualche informazione. Siamo in Africa sulla punta della Penisola Araba e il paese confina a nord ovest con gli Emirati Arabi, a sud con lo Yemen, ad ovest con l’Arabia Saudita mentre a nord si affaccia sul Golfo  dell’Oman che lo divide dall’Iran e ad est per gran parte del suo territorio sul Mar Arabico.  Oltre il Mar Arabico c’è l’India con un’antichissima  tradizione di scambi commerciali tra i due paesi.

Il riso biryani è un piatto tradizionale molto comune con un sapore un po’ diverso dal nostro perché condito con ingredienti orientali e, sicuramente, può dare un tocco un po’ diverso alla nostra tavola.L’origine di questo piatto è persiana ma presto si diffonde in India e diventa popolare anche in Arabia e nell’Asia meridionale grazie a viaggiatori e mercanti. La parola  persiana biryani significa fritto, arrostito.

Questo piatto può essere fatto a base vegetale a cui volendo si possono aggiungere pezzetti di carne (generalmente pollo o agnello) o pesce.

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Torniamo a visitare le mostre!

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Finalmente l’Italia ha riaperto molte delle mostre che erano state chiuse per la pandemia. In tutta la penisola è una gara a tornare dal pubblico che ansioso aspettava. In questi mesi è stato fatto un grande sforzo per rendere fruibili le mostre on line rendendo più piacevole l’isolamento a cui siamo stati costretti. E per tanti di noi questa possibilità è stata un grande sollievo culturale rispetto anche al bombardamento mediatico sul Corona virus necessario sì ma anche ansiogeno e da molti vissuto come una violenza. Poter tornare a vedere una mostra dal vivo è però un’altra cosa. Il rapporto con l’opera di un artista per me è qualcosa di fisico. Potrei fare un paragone con la lettura dei giornali on line, utilissima, che ci fa essere sempre aggiornati con notizie che coprono il mondo intero ma che è differente rispetto alla carta stampata. La fisicità e il contatto con la carta stampata mi inducono a riflessioni meno frettolose, mi piace indulgere e approfondire, non solo sapere le notizie. Non che questo non si possa fare anche con la versione on line ma per me la lettura on line è più di tipo informativo, certamente più veloce e pratica per il lavoro dove in pochi minuti si fanno ricerche approfondite su qualsiasi argomento. Fatta salva l’affidabilità delle fonti, naturalmente. Lo stesso meccanismo vale, nel mio caso, per le mostre. Cerco sempre di andare nei momenti meno affollati per potermi fermare quanto voglio davanti ad un quadro che mi suscita emozioni forti. Mi soffermo sulle pennellate, sui volti, sui colori. E’ come un rapporto personale con l’opera d’arte che non ammette ‘fredde interferenze’.

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COSA DEVE SAPERE DEL CORONAVIRUS IL MALATO DI CUORE?

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Abbiamo chiesto al prof. Luigi Chiariello cardiochirurgo di chiara fama e Direttore del Centro Cuore e UO Cardiochirurgia, Mediterranea, Struttura Ospedaliera di Napoli, cosa ci poteva dire sulla pandemia Covid 19 in rapporto a coloro che hanno già problemi di cuore. Ecco cosa la sua risposta preceduta da una sintesi sui dati sulla sua diffusione.

L’infezione da coronavirus, chiamata COVID-19, si è diffusa con eccezionale rapidità raggiungendo oltre 170 paesi, superando due milioni di casi e mietendo circa 200 mila vittime.L’impatto sociale è enorme: cittadini in isolamento, scuole e università chiuse, avvenimenti sportivi,culturali, spettacoli cancellati, trasporti fermi, sistemi sanitari sotto pressione. La devastazione economico-sociale è incalcolabile.

D’Asaro: Qual’ è la gravità della malattia, alla quale il mondo è incredibilmente impreparato?

Prof. Chiariello: In circa l’80% dei casi la COVID-19 si presenta come una leggera influenza. Nel restante 20% è però grave, necessita di ospedalizzazione spesso in terapia intensiva, nel 5% richiede l’assistenza respiratoria. La mortalità, maggiore negli anziani,varia dal 2% a valori molto superiori: in Italia con oltre 25 mila decessi è 14.1%, negli Stati Uniti 4,2%, in Inghilterra 13,5%.

D’Asaro: I malati di cuore sono a particolare rischio?
Prof.Chiariello: Le malattie di cuore sono la maggiore minaccia per la salute. E’perciò giusto il quesito se la presenza di una malattia cardiaca possa peggiorare la prognosi di un paziente con COVID-19 e anche se l’infezione aumenti il rischio dei pazienti con malattie cardiovascolari.

La COVID-19 è provocata dal coronavirus-2, che invade le cellule attraverso il recettore di un enzima (ACE2). Questo recettore si trova prevalentemente nelle cellule degli alveoli polmonari, per cui in primis è la funzione polmonare a essere compromessa e la sintomatologia è respiratoria. Però il recettore ACE2 è presente anche nelle cellule di altri organi quali cuore e intestino. Ecco perché l’esordio della malattia può avvenire con angina, palpitazioni o anche diarrea. Quindi il virus può direttamente danneggiare il sistema cardiovascolare e in effetti è stata riscontrata una maggiore incidenza di malattie cardiache nei pazienti COVID-2. Uno studio cinese dello Zhongnan University Hospital di Wuhan riferisce che il 26% dei pazienti COVID-19 aveva avuto bisogno di terapia intensiva cardiologica e di essi un quarto circa per una malattia infartuale, gli altri per una insufficienza contrattile del cuore. Una infiammazione cardiaca (miocardite), un arresto cardiaco o una sindrome infartuale sono frequenti, anche se non è chiaro quanto siano provocati dal coronavirus e quanto siano invece complicazioni non specifiche.

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L’amore per le piante.

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Ho sempre amato fare un po’ di giardinaggio che mi distende e, nonostante la mia mancanza assoluta di competenza, mi dà sempre grandi soddisfazioni. La sensazione è che le piante percepiscano la mia passione per loro e mi vogliano bene. In questo periodo di lockdown mi sono trovata per caso in una casa degli anni 50 presa in affitto all’estero per seguire mio marito. La sua posizione affacciata sull’oceano ha fatto scattare un amore a prima vista. E poi un vecchio giardino abbandonato da più di dieci anni è stata una sfida imperdibile. Ho trovato in questa parte  dell’Africa, alberi secolari e ombrosi con le loro radici estese come per conquistare tutta la terra  possibile e poi la pianta che ha accompagnato tutta la mia vita, la lantana. La lantana non è una pianta pregiata, direi che in Italia è ancora presente solo nei vecchi giardini ormai sostituita da piante più raffinate ed eleganti. Per me invece è stata la compagna della mia vita fin dalla prima casa al mare vicino a Roma dove sono stata portata quando avevo solo un anno. Ho nitido il ricordo di un enorme cespuglio colorato di rosso, giallo, arancione che cresceva senza sosta contro una grande vetrata dove c’era il tavolo da pranzo. E adesso, qui in Oman, in questo giardino antico ne ho trovato tantissime, un po’ storte,  piene di  rami secchi che andavano in tutte le direzioni o si erano accomodati sulla terra dimenticandosi di fare cespuglio. Per un mese intero mi sono messa  all’opera e tutti i giorni ho tagliato il secco,  le ho raddrizzate legandole con i tutori, gli ho  dato l’acqua, le ho potate per dargli una forma  cercando di farle sembrare  piante degne di stare in un giardino.

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Gli anziani e il cuore del paese.

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In questo brutto periodo di pandemia, quante volte abbiamo sentito parlare degli anziani, per altro sempre riferendosi agli over 65, vecchia barriera che da sempre è l’indicatore della pensione. Anzi,includendo nella categoria anche sessantenni come Fiorello, obiettivamente, la cui immagine stride molto con quella di un over che è meglio che non esca e stia a casa. Gli anziani dunque sono stati indicati come gli ‘untori’ nel senso di persone più fragili che facilmente sarebbero state vittime del Covid 19 e, in qualche modo, lo avrebbero diffuso. Questa cultura dello scarto gira già da molto tempo e ben prima della pandemia. Tra chi l’ha apertamente condannata c’è Papa Francesco che più volte è tornato su questo tema.

Già nel 2015 se non mi sbaglio, Papa Francesco aveva detto:

“…uomini e donne vengono sacrificati agli idoli del profitto e del consumo: è la “cultura dello scarto…La vita umana, la persona non sono più sentite come valore primario da rispettare e tutelare, specie se è povera o disabile, se non serve ancora – come il nascituro –, o non serve più – come l’anziano.” E in questo periodo per gli anziani ospiti nelle RSA cioè nelle Residenze Sanitarie Assistenziali, è stata una strage per mancanza di un’organizzazione che doveva essere attivata immediatamente per proteggere i più deboli mentre è prevalso l’abbandono e in tanti sono morti in assoluta solitudine senza nemmeno il saluto di un figlio magari  soltantoal di là a un vetro. Vorrei qui sottolineare che le RSAaccolgono anziani non autosufficienti che “necessitano di assistenza medica, infermieristica o riabilitativa, generica o specializzata.”

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