Attualità

Una ricetta filippina

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Mia madre era toscana e la mia cucina si è sempre ispirata a quella tradizione. Per quanto riguarda il pollo, una delle carni bianche più consigliate dopo una certa età, l’ho sempre fatto in tegame con olio, aglio, salvia e un po’ peperoncino facendolo rosolare all’inizio  e poi coprendolo con il coperchio fino a cottura completata. Adesso ho imparato una nuova ricetta filippina molto gustosa e piacevole, si chiama Chicken adobe, eccola.

Il pollo si taglia a pezzi di media grandezza che vengono lavati e asciugati. In un tegame mettete abbondante salsa di soya, un po’ di aceto, pepe nero in grani, cinque spicchi d’aglio pressati e aggiungere un po’ d’acqua calda. Cuocervi ilpollo fino ad ebollizione aggiungendo e tre foglie di alloro e, se la trovate in qualche negozio specializzato, la salsa Adobe. Oppure la potete fare voi cercandola su internet. Volendo, si possono aggiungere delle patate tagliate a pezzi grandi.

A questo punto togliere l’aglio pressato e metterlo in una padella dove avrete riscaldato abbondante olio extravergine di oliva e, quando l’aglio scurisce,aggiungere il pollo e cuocerlo fino a quando diventa scuro. Aggiungere sale, pepe, un cucchiaino da te di zucchero di canna e la salsa fatta prima. Cuocere per altri 15 minuti circa. Per decorazione finale i filippini aggiungono piccoli pezzi di spring onion.

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Gli animali sono esseri senzienti.

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La  Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente ha chiesto qualche giorno fa al nuovo presidente del Consiglio Mario Draghi e al neoministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, l’inserimento nella Costituzione della tutela non solo dell’ambiente ma anche degli ecosistemi, della biodiversità e degli animali.

Nella giurisprudenza la definizione di essere senziente presuppone una serie di tutele e di prerogative: il Trattato di Lisbona, uno dei trattati dell’Unione Europea,  così ha definito gli animali. Ciò non significa tuttavia che attraverso tale definizione ne abbia sancito i diritti e questa sarebbe l’occasione per dare rango costituzionale alla tutela degli animali allineando la nostra Carta Costituzionale ai migliori esempi europei come Svizzera, Austria e Germania.

Tanti sono i problemi da risolvere dalla prevenzione del randagismo con il divieto di uccidere cani e gatti randagi, al contrasto del traffico di cuccioli, al racket dei combattimenti tra cani…

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La ricetta della caponata siciliana.

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Ecco qui di seguito la ricetta della caponata siciliana da me cucinata in ricordo delle mie origini siciliane da parte di mio padre che era di Termini Imerese.

Intanto chiariamo subito che le ricette della caponata siciliana sono due: quella palermitana che esclude i peperoni e quella catanese che invece li include. A voi la scelta. Io ho fatto un ibrido: dopo aver cucinato i peperoni al forno e averli conditi con olio, aglio e prezzemolo, mi sono limitata ad aggiungerne una modestissima quantità con l’intento di evitare un sapore troppo dolce.

Un avvertimento: non date retta a chi dice che ci vogliono quaranta minuti. Ci vuole molto di più. Il procedimento è lungo perché bisogna cucinare gli ingredienti separatamente. Eccoli: olio extravergine di oliva,  quattro o cinque melanzane non grandi, una costa di sedano sottile, tre etti di pomodorini, scalogno, pinoli abbondanti, capperi sotto sale in dose generosa, olive verdi in salamoia, aceto di vino bianco, zucchero, basilico, concentrato di pomodoro. Le melanzane vanno tagliate a pezzi max di due centimetri e fritte. Mettetele su una carta per far assorbire l’olio. Tagliate in due i pomodorini piccoli tondi e teneteli da parte. Stessa sorte per le olive che, naturalmente, avrete denocciolato. Non vi scordate di passare i capperi sotto l’acqua per togliere il sale. Lo scalogno (o se non l’avete la cipolla bianca) va tagliato ad anelli non troppo sottili e soffritto facendo attenzione a dorarlo appena.  In un’altra padellina scottate appena il sedano tagliato a rondelle.

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“La Prima Donna che”

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Il progetto “La Prima Donna che” nasce dal film “ La Prima donna” su Emma Carelli da un’idea di Carlo Fuortes e con la regia di Tony Saccucci. La Carelli, soprano e prima donna direttore di teatro, nata a Napoli nel 1877, ha incantato il pubblico di mezzo mondo e tenuto testa a uomini del calibro di Toscanini. Diresse il Teatro Costanzi, oggi Teatro dell’Opera di Roma, dal 1912 al 1926. La storia della sua vita avventurosa e piena di successi ma anche di sconfitte da cui sempre si rialzava per tornare vincitrice, raccontata  con molte immagini originali, mi ha tenuto incollata alla sedia senza un attimo di respiro per tutto il tempo di questo bel film.

E ora l’Associazione, “un progetto di narrazione e illustrazione di storie di prime donne di oggi e di ieri. Un mosaico di di figure straordinarie pensato affinché l’invisibile diventi visibile e lo straordinario diventi ordinario, alla portata dei sogni di ogni bambina…” Tra le storie quella di Aimé Mullins, atleta, modella, attrice, attivista che sin da piccola si è dovuta reinventare. Il giorno del suo primo compleanno le vengono amputate le gambe sotto le ginocchia per via di una malformazione congenita ma a due anni sa già camminare sulle protesi. A chi le chiede della sua condizione di disabile, lei risponde che il dizionario non è ancora efficace, visto che traduce il termine solo con concetti negativi, mentre lei, con la sua disabilità, è andata ben oltre quello che fanno i cosiddetti normodotati. Infatti all’età di 17 anni è la più giovane donna ad avere un pass di massima sicurezza al Pentagono dove lavora come analista grazie a una borsa di studio per merito.
A 20 anni è anche un’atleta di basket.  Nel frattempo intraprende con successo sia la carriera di modella (memorabile l’apertura dello show londinese di Alexander McQueen nel 1999) sia la carriera di attrice.

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Il cognome delle madri.

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Avendo un fratello maschio, fin da ragazzina mi sono chiesta perché mai i suoi figli avrebbero avuto il privilegio di usare il cognome del padre mentre i miei non avrebbero mai potuto usare il mio. Perché il ramo della famiglia da me rappresentato e a cui avrei dato discendenza non avrebbe mai avuto il mio cognome? Ho vissuto tutto ciò come una profonda ingiustizia nei confronti delle donne in una società ancora oggi fondata da principi patriarcali. Nel 2016 c’era stata finalmente una sentenza storica della Corte Costituzionale che aveva permesso di dare il cognome della madre ai propri figli nati nel matrimonio nel caso di accordo fra i genitori, e quindi sussistendo il consenso del marito. Pochi giorni fa è stata sollevata dalla Consulta una questione di legittimità costituzionale dell’articolo 262 primo comma del Codice Civile, là dove in mancanza di accordo dei genitori, viene imposto alla nascita il cognome paterno e non quello di entrambi i genitori anche per i figli nati fuori del matrimonio. Ma sentiamo l’avvocata Fulvia Astolfi che da anni si occupa di parità di genere anche come presidente di Ewmd, (associazione europea che promuove il management femminile), che ci può chiarire i punti essenziali della questione e i nuovi diritti delle madri. Dice l’avv. Astolfi:“Nell’ambito di un processo civile la Corte Costituzionale con propria ordinanza ha deciso che la proposta questione di illegittimità costituzionale dell’art 262 codice civile è fondata e merita una pronuncia approfondita. L’ordinanza quindi non decide nel merito e come superare la illegittimità, sarà la sentenza che la Corte Costituzionale emanerà a farlo. Ci si aspetta che la sentenza possa essere pronta nel giro di qualche mese, e che proporrà l’interpretazione -costituzionalmente orientata- dell’art 262 primo comma codice civile. Quella interpretazione andrà poi applicata dal Ministero degli Interni e dagli Uffici degli atti civili. Al momento, a seguito della precedente sentenza del 2016, il cognome della madre per i figli nati dal matrimonio si aggiunge a quello del padre con il di lui consenso. Questa norma si applica alla nascita, mentre non viene considerato il caso di un figlio che in età adulta voglia cambiare il proprio cognome.

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Vinta la battaglia sui costi dei farmaci per gli animali.

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Tutti quelli che hanno animali si sono trovati davanti al problema del costo delle medicine quando i nostri compagni di vita si ammalano. Più che la parcella del veterinario, sono sempre state le medicine a triplicare i costi per le cure  dei nostri adorati animali. I prezzi dei farmaci per loro, infatti, non sono regolati come lo sono quelli degli umani da un’autorità apposita l’Aifa, quindi costano molto di più, anche il doppio, il triplo o il quadruplo degli stessi principi equivalenti usati per gli umani. Questi ingiusti costi poi non sono solo a carico del padrone dell’animale, ma di tutti i cittadini che pagano le tasse e quindi supporta noi canili pubblici che si occupano dei cani abbandonati.

Pochi sanno che dallo scorso anno il ministero della Salute in accordo con l’Aifa, ha deciso che il veterinario può prescrivere ai nostri amici a quattro zampe un farmaco equivalente per uso umano che abbia un costo inferiore a quello del medicinale veterinario. Naturalmente è stato previsto che se ci fosse una carenza di quel farmaco per gli umani, l’Aifa potrà sospenderne l’uso per gli animali.

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