OGNI FOGLIO UN NUOVO GIORNO DI VITA

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Katherine Mansfield, arriva a Londra dalla nuova Zelanda, ha vent’anni, è il 1888. Katherine è figlia di un ricco imprenditore, ama la scrittura sopra ogni cosa, infatti aveva cominciato a scrivere i suoi racconti alle elementari. Vuole andarsene dalla Nuova Zelanda, e’ troppo provinciale per lei, un paese bellissimo, piovoso e con troppe mucche. A Londra comincia una vita bohemienne, colleziona amori e amicizie con gli intellettuali più in vista dell’epoca. E’ amica di Bertrand Russell, T.S. Eliot, esce continuamente, ma la notte scrive i suoi meravigliosi racconti che la renderanno celebre.

Scrive continuamente, scrive per non pensare, una gara con il tempo che avanza crudele. Scrive per cercare di sconfiggere la malattia, che subdola cominciava a manifestarsi. Poche persone al mondo sono state ammirate come Katherine Mansfield, perfino Virginia Woolf che non era certo tenera, diceva di lei: “E’ una donna inscrutabile e per quanti sforzi io faccia rimane sempre inscrutabile. Mi ricorda un gatto, estraneo e solitario, riservato e osservatore” Katherine aveva quella qualità enigmatica, quella estraneità alla vita che sono proprie di un animale. Era diventata così, all’improvviso.
Una mattina, mentre apriva la finestra e la luce entrava a fasci, le venne in mente un verso di Shakespeare: ”Ecco l’allodola gentile, stanca di riposare “. Mentre recitava questi versi, si accorse con terrore che la sua bocca era piena di sangue. Era la prima emorragia, le venne subito diagnosticata la tubercolosi, scrisse a proposito: ”che cosa strana, da quando ho sputato sangue, l’amore e il desiderio del mondo e della natura si sono fatti fortissimi e crescono in me di ora in ora”.
Fino ad allora aveva creduto nell’infinito, ma ora con la bocca intrisa di sangue si rese conto che l’unico infinito che gli uomini possono conoscere è il dolore, alla sofferenza non c’è limite, il dolore per l’uomo fa parte dell’eternità. Trovò nella profondità di se stessa una calma capacità di accettazione, accoglieva il dolore e se ne lasciava sommergere,accettando il dolore pensava di trasformarlo in amore. La malattia le piombò addosso come un macigno, scriveva: ”Sono tisica ma la tubercolosi non mi appartiene. E’ solo uno spaventoso cane randagio che io cerco di scacciare”.
Quattro anni di sanatorio in Svizzera. Visse esiliata nella terra oscura della malattia, ne colse tutte le ricchezze, ma invece di allontanarla dal mondo,la malattia, il dolore, la fece diventare più intensa e presente. C’era nella sua anima una forza, una fiducia nella vita, un ardore fantastico. Passava i mesi in sanatorio, il marito sciava e l’amico Rilke scriveva i sonetti di Orfeo. Alla fine della giornata si ritrovavano, leggevano e lavoravano anche a maglia. Diceva:”Il piacere di leggere è doppio quando si vive con qualcuno che divide con te gli stessi libri.
”La notte rimaneva sveglia a scrivere i suoi racconti,in una specie di gara col tempo. Aveva paura di morire e appena finito un racconto forsennatamente ne cominciava un altro. Era convinta che finchè la sua penna correva sul foglio, la sua vita poteva allungarsi e così la morte sarebbe stata sconfitta. Scrivere era diventato per lei una religione: “la mia passione per la scrittura è la mia religione, è la mia vita. Io m’inginocchio davanti al mio lavoro, sono tentata di cadere in estasi davanti alla mia creazione, questa è la mia vita”. Voleva disperatamente vivere, ma il nitido candore del suo pensiero cominciava ad offuscarsi, il suo debole corpo resisteva e si affidò addirittura alle teorie fasulle del mistificatore Gurdejeff.
Katherine smise di scrivere, come lui le suggeriva, e a poco a poco si lasciò morire.L a malattia s’impadronì di lei soffocandola con il suo bacio di sangue.

Ascania Baldasseroni
22 dicembre 2015

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