L'ARTE DELLE DONNE
"Perché non ci sono state grandi artiste donne?" Questa domanda provocatoria della studiosa americana Linda Nochlin inaugura all'inizio degli anni Settanta un fecondo dibattito riguardo al ruolo delle donne nell'arte. La critica femminista condanna la tirannia del "punto di vista del maschio bianco occidentale" che ha dominato la storia dell'arte in modo assoluto e incondizionato. E se Picasso fosse nato donna? Avrebbe avuto le stesse possibilità e la stessa attenzione da parte del pubblico e della critica? Probabilmente no.
Le artiste degli anni Settanta hanno avviato la ricerca di un'identità femminile a partire dal corpo e dal linguaggio, attraverso opere emblematiche che ancora oggi suscitano interrogativi e perplessità. Se nel contesto italiano non possiamo parlare propriamente di arte femminista come fenomeno compatto e unitario, dobbiamo però riconoscere che l’emergere di molte artiste donne nel decennio dei Settanta è legato indissolubilmente al femminismo che ha contribuito all’ingresso delle donne in vari ambiti del vivere sociale, politico e professionale.
La città di Roma è al centro della ricerca artistica e della lotta femminista con la fondazione di Rivolta femminile grazie alla critica Carla Lonzi e all’artista Carla Accardi. Il movimento si diffonde rapidamente anche per il suo carattere aggregante che unisce tutte le donne con l’obiettivo comune di rivendicare i propri diritti. Anche l’operare artistico riflette questa prospettiva comunitaria, in linea con il rifiuto dello stereotipo dell’artista come genio isolato. Vi sono però diversi approcci possibili e diversi gradi di "riconoscibilità" del femminismo nell'arte.
Se le opere di Cloti Ricciardi, Suzanne Santoro e Stephanie Oursler traducono esplicitamente i temi cari alla militanza attiva delle donne, altre artiste come Simona Weller ed Elisa Montessori, pur frequentando i gruppi femministi, mantengono i loro lavori sul piano puramente estetico, astratto e apparentemente apolitico. C'è poi un terzo gruppo di donne le cui opere sono stilisticamente molto vicine al linguaggio figurativo femminista, anche se non aderiscono al movimento.
Tra queste ricordiamo almeno Anna Esposito e Mirella Bentivoglio. Naturalmente la distinzione tra questi gruppi non è così netta: anche le artiste citate sperimentano diversi modi di operare ed entrano in contatto le une con le altre. Come sottolinea Marta Seravalli nel suo testo "Arte e Femminismo a Roma negli Anni Settanta", vincitore del premio Franca Pieroni Bortolotti, tra i temi cari all'arte delle donne, la ridefinizione del linguaggio accomuna più degli altri la produzione romana degli anni Settanta. Un'opera emblematica in questo senso è Alfabeta di Cloti Ricciardi. Questo libricino è dedicato a tutte le donne, per "cancellare, eliminare, sostituire" le espressioni di un linguaggio maschile e maschilista e sostituirle con nuove parole "al femminile", a partire dalle immagini, o meglio dai ritratti delle compagne.
Di questa dimensione collettiva e sociale dovremmo oggi recuperare lo spirito e le finalità per aiutare le donne di domani a non dimenticare l’impegno e le conquiste di chi, anche attraverso l’arte, ha lottato per l’uguaglianza. C'è infatti uno scollamento preoccupante tra le generazioni passata e presente, tra chi ha vissuto quegli anni cruciali e chi invece del femminismo ha solo un'idea vaga e superficiale, giudicandolo ormai superato o anacronistico.
La strada da fare è ancora molta, ma dobbiamo percorrerla insieme, mantenendo viva la memoria di un passato importante di cui la generazione over65 deve continuare a farsi portavoce.
Giovanna Fazzuoli
10 marzo 2015

