LA ROMA DI CARAVAGGIO PARTE SECONDA
Continua il nostro viaggio alla scoperta dei capolavori romani di Caravaggio. Dopo San Luigi dei Francesi, di cui abbiamo parlato la settimana scorsa, vi è un'altra celeberrima chiesa che ospita due eccezionali dipinti del "pittore della luce". In Santa Maria del Popolo, che dà il nome alla centralissima Piazza del Popolo, ai piedi del Pincio, Caravaggio rappresenta due momenti fondanti del messaggio cristiano: la conversione e il martirio. Prima di arrivare al Caravaggio però, ci soffermiamo brevemente sulla cappella Chigi in Santa Maria del Popolo che fu progettata per il ricco banchiere dal grande Raffaello Sanzio
Sopra l'altare si trova una pala di Sebastiano del Piombo, allievo di Michelangelo Buonarroti, per cui anche il Caravaggio nutriva grande ammirazione.
Questa pala, raffigurante la nascita della Vergine, è dipinta su lastra di ardesia, o pietra di lavagna, che conferisce al dipinto un'atmosfera tenebrosa e malinconica, una sorta di premessa all'oscurità drammatica del Caravaggio. Quest'ultimo colloca invece i suoi dipinti nella Cappella Cerasi, situata nella navata sinistra della Basilica e dedicata a Santa Maria Assunta e ai Santi Pietro e Paolo. Dalla famiglia del cardinale Pietro Foscari, la cappella passò ai Cerasi che ne commissionarono la ricca decorazione. La pala d'altare con l’Assunzione della Vergine di Annibale Carracci, un dipinto su tavola che contrasta fortemente con i toni del Caravaggio per la sua luminosità, viene troppo spesso dimenticata e "oscurata" dalla presenza del lombardo.
Il contratto che il Caravaggio firma per i dipinti Cerasi nel settembre del Seicento, conservato ancora oggi all'Archivio di Stato di Roma, prevedeva che le opere fossero realizzate su legno di cipresso, molto pregiato e costoso. Stranamente però, i dipinti oggi in Santa Maria del Popolo hanno invece un supporto in tela. Giovanni Baglione, che conosceva il Caravaggio e ne racconta la vita, scrive come i dipinti fossero inizialmente lavorati in un'altra maniera, ma "non piacquero al padrone" e finirono nelle mani del cardinale Sannesio. Gli eredi di Sannesio li vendettero poi in Spagna e li acquistò il Duca di Medina. Ma la storia si ripete e anche gli eredi del Duca non tardarono a rivenderli.
Della Crocifissione di San Pietro si perse ogni traccia, mentre la Conversione di Paolo fu acquistata dal genovese Francesco Maria Balbi la cui famiglia si imparentò con gli Odescalchi di Roma che finirono per ereditare il grande capolavoro. Le ragioni di questo "rifiuto" da parte della committenza, o meglio degli eredi di Tiberio Cerasi, tesoriere del papa e titolare del contratto, sono ancora dubbie. Probabilmente non si trattò di un vero e proprio rifiuto, ma di una soluzione dettata dalle esigenze della committenza per la cappella non ancora ultimata.
Le due versioni della Conversione, su tavola e su tela, entrambe esistenti e in buono stato di conservazione dopo il restauro del Caravaggio Odescalchi da parte di Valeria Merlini e Daniela Storti, sono state oggetto di un'iniziativa di straordinario successo che le ha messe a confronto nella stessa Chiesa di Santa Maria del Popolo. Un'operazione particolarmente interessante perché il dipinto Odescalchi è il più grande capolavoro del Caravaggio in mani private. Entrambe rappresentano il persecutore di cristiani Saulo–poi Paolo–, colpito da un'accecante visione di Cristo sulla via di Damasco. L'audacia compositiva del Caravaggio e il suo impareggiabile impiego della luce sono evidenti nell'uno e nell'altro dipinto, ma la versione su tela presenta un minor numero di personaggi, meno movimento e una disposizione delle figure tale da suggerire un punto di vista molto ravvicinato. Anche il martirio di Pietro, crocefisso a testa in giù per non essere paragonato a Cristo, è rappresentato in modo inedito per la composizione strutturata su grandi diagonali e il realismo dei dettagli, come il piede nero dell’uomo scalzo nell'atto di sollevare la croce.
Torneremo a parlare del Caravaggio romano nelle prossime settimane per riscoprirne insieme i capolavori diffusi nel grande museo a cielo aperto che è Roma.
Giovanna Fazzuoli
13 ottobre 2015

