Estraneo e resilienza

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Il termine estraneo incute sempre un po’ di timore, perché evoca paure antiche legate a  epoche  che risalgono ai  primi mesi di vita, quando si inizia a percepire un confine tra ciò che è familiare e ciò che familiare non è. Nel corso della propria esistenza,  di luoghi  e di  persone estranee alla  sfera vitale se ne incontrano a migliaia, ma se si  è aperti alla conoscenza   la paura si ridimensiona.  Ci sono però situazioni in cui l’estraneo diventa una minaccia e si percepisce come tale, specialmente da parte degli over che si  trovano a dover aprire la porta o a rispondere al telefono. Nell’epoca in cui viviamo le porte che segnano il confine tra il dentro e il fuori sono sempre più blindate e allarmate, ma nonostante ciò si teme la vulnerabilità imponderabile che ogni fortezza porta con sé.

Tant’è che quando il proprio domicilio viene violato, da un estraneo malintenzionato che si  introduce  per portare via  oggetti preziosi, la paura si impossessa del pensiero e  la serenità viene derubata insieme alla refurtiva. Il danno prodotto dai furti in casa oltre a quello economico è rappresentato dalla sottrazione della tranquillità  che richiede molto tempo per essere recuperata, anche se  non sarà più la stessa.  Per superare psicologicamente traumi prodotti da tali esperienze è necessario fare appello alla propria resilienza, cioè a quella risorsa interna  che consente di affrontare l’evento recuperando il desiderio di andare avanti, di non farsi scoraggiare dagli eventi avversi e di  evitare  di lasciarsi andare alla paura e all’angoscia. Un po’ quanto accade ai bambini, che, dopo la fase della paura dell’estraneo, riprendono a camminare nel mondo, nella consapevolezza che l’estraneo esiste,   che non tutti gli estranei sono pericolosi, che egli stesso può essere un estraneo per gli altri, ma a nessun estraneo consentirà di fermare il suo cammino nel mondo.

 

Sira Sebastianelli

psicologa-psicoterapeuta

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