LA CAMICETTA

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Mi sono svegliata presto stamattina. Dalle finestre di camera il sole faceva capolino e le stelle si ritiravano in fretta nel cielo terso e privo di nuvole. L’ho guardato con invidia quel cielo azzurro, bellissimo, quel manto blu che si stendeva felice sulla città ancora addormentata. Ho respirato forte, come faccio ogni mattina ricacciando le lacrime che mi oscuravano gli occhi. Ho guardato nell’armadio dove c’era la mia camicetta nuova, di raso bianco con il collo bordato da un filino d’oro. Lo so che non avrei dovuto comprarla, non mi sarebbe stata bene, cosi’ aderente dopo la mia operazione.

L’avevo comprata in un impeto, la volevo, volevo essere bella, volevo vivere! Non l’avevo neppure provata, volevo averla a tutti i costi, ma ora con gli occhi pieni di lacrime me ne stavo pentendo. Nelll’armadio, spiccava lucente di raso bianco in mezzo a tutti gli altri abiti scuri ed informi. Mi sono alzata lentamente e, assicurandomi che non ci fosse nessuno in casa ho aperto la giacca del pigiama: due orribili cicatrici spiccavano sul mio petto,una parte sembrava vagamente rigonfia e l’altra piatta, quasi rattoppata.
Mi sono guardata allo specchio e al riparo da qualunque occhio indiscreto, ho tirato giù la camicetta dall’armadio e me la sono provata. La luce del raso m’illuminava la faccia e l’oro del collo mi faceva brillare gli occhi. Poi mi sono guardata meglio, dalle spalle pendevano piatte alcune pieghe e con enorme dolore ho cercato di raccoglierle nella cintura. Ero determinata a diventare bella, attraente: basta mi sono detta, ora si va avanti, sono viva e voglio vivere la mia vita.
Mi ricordo di quell’orribile giorno, quel bagno e la scoperta di quel nocciolino sotto il seno destro.
Mi viene in mente il freddo che mi congela l’anima. Dopo, la corsa a Milano, l’ospedale specializzato, le chemio. Penso alla mattina in cui mi cade a terra la prima ciocca di capelli. La raccolgo piangendo e chiamo mio marito. Gli ordino di rasarmi tutta. Lui non voleva ed io urlando gli dicevo le cose più terribili finché lui ha ubbidito e piangevamo entrambi.
Poi Matteo, con dolcezza mi ha annodato un foulard Tuareg intorno alla testa, era bellissimo, i colori di sabbia mi ricordavano il deserto ed io lo tenevo annodato sempre, pensando all’Africa e non agli ospedali. Tutti quei giorni, tutti uguali e tutti tristi, scanditi dalla stanchezza e dalle chemio. Volevo far finta di nulla per la mia famiglia, non volevo che fossero turbati.
Mi dicevo allora guardandomi gli occhi: sono ancora grandi sotto il turbante! Penso all’operazione doppia, quella ferita orrenda alla mia femminilità. Per consolarmi mi dicevo, sono viva, sto vincendo, ma poi mi guardavo e cominciavo a piangere. Ma oggi sono determinata ad indossare la mia camicetta, il raso mi avvolge sensuale, e quelle pieghe nascondono a meraviglia la mia ferita. Mi sento bella, gli occhi mi luccicano, i capelli sono ricresciuti, sono corti e brillanti, non ho il seno di Marylin Monroe, però mi sento bene. Penso a ieri sera quando Matteo con infinita dolcezza mi ha asciugato le lacrime con un bacio e mi ha detto: ”a chi devi piacere?
Io ti voglio bene, amo le tue ferite e la camicetta che pende. Sei parte di me e insieme abbiamo vinto questa battaglia, speriamo di vincere la guerra. Mettiti quella camicetta, è la tua armatura, insieme ce la faremo e con il tuo coraggio non avremo paura di nulla”.

Ascania Baldasseroni
19 gennaio 2016

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