COSA CI FACCIO CON...QUESTE MANI?

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La mia mamma è tedesca. E’ una famosa costumista, ha realizzato i costumi più belli sia per il cinema che per la televisione. Da piccolo mi portava ai galà dove lei riceveva i premi più prestigiosi. Saliva sul podio timida, con il sorriso smagliante e s’inchinava leggermente socchiudendo le mani. Negli anni d’oro del cinema italiano, ci siamo trasferiti a Roma. Lei lavorava a Cinecittà un film dopo l’altro con i più grandi registi. Mio padre ci aveva lasciati e per noi ragazzi vivere a Roma era molto difficile, non sapevamo l’italiano e la nostra scuola, quella tedesca c’isolava dal resto degli altri ragazzi italiani.

La mamma lavorava giorno e notte e tante volte si portava degli abiti a casa e sul tavolo di cucina, con la bocca piena di spille imbastiva orli o metteva in forma una manica. Noi le saltellavamo intorno chiedendo consigli su come cucinare. Lei era felice, cuciva velocemente, si poggiava gli abiti addosso e si pavoneggiava con i tessuti lucenti. Il ricordo di quegli anni mi commuove ancora, erano anni belli, felici e pieni di speranza. Io poi, sono andato alla scuola di cinema e i miei fratelli finita l’Università, si sono trasferiti nel Nord.
L’appartamento ormai era troppo grande, ma la mamma lo seguitava a riempire di abiti sontuosi, gonne con grandi crinoline, broccati e rasi coprivano le nostre poltrone . Registi famosi venivano a trovare la mamma, che finito un vestito cominciava a disegnare fino a notte fonda per poi abbandonarsi al sonno sulla tavola in cucina. La mamma era felice, non soffriva la solitudine, raramente ci veniva a trovare,lavorava sempre.
Noi passavamo il nostro tempo libero a Roma, volevamo che i nostri figli assaporassero tutta la creatività della nonna e imparassero che la loro nonna , con le sue mani, componeva degli abiti bellissimi. Ma un giorno, in pieno lavoro, nel suo atelier, il disegno che stava facendo scivola a terra e lei non lo raccoglie. Le dicono: sei stanca, hai bisogno di riposo, fatti vedere. La mamma va a casa ma la sua mente è annebbiata, guarda i disegni incominciati senza vederli. Li tocca e li rimette a posto. Noi accorriamo, cerchiamo di capire, ci viene detto non si può fare ancora una diagnosi.
A queste parole sento il gelo chiudermi lo stomaco, ma mi dico bisogna aspettare prima di trarre conclusioni. Intanto abbiamo ripreso possesso dell’appartamento, c’è tanta gente ,tanti bambini. Ma lei e’ li nel suo salotto muta, e ti guarda con gli occhi che non sembrano vedere. La abbracciamo siamo tutti qua, ti vogliamo bene. Lei ci guarda, guarda i bambini e rimane in silenzio e il gelo s’insinua sempre più forte nel petto .
Ed ecco la diagnosi, non è alzeihmer ma è demenza senile, un altro nome con lo stesso risultato. A volte ci parla, ci dice che lavorerà per consegnare tutto in tempo. Io l’abbraccio forte, vorrei che mi guardasse, ma lei china la testa sulla mia spalla e si guarda le mani, quelle mani bellissime, bianche ed agili, quelle mani che hanno lavorato una vita,che sono ancora lisce e sottili.
Le guarda ancora, le avvicina agli occhi e mi dice,come se fosse la cosa più naturale del mondo: ma con queste cosa ci dovrei fare ?

Ascania Baldasseroni

26 gennaio 2016

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