LA MADONNA DI FOLIGNO DI RAFFAELLO SANZIO

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Torna a casa, nella “Sala degli Arazzi” della Pinacoteca Vaticana, dopo un breve soggiorno a Milano e nella città umbra da cui prende il nome. La Madonna di Foligno, capolavoro del maestro urbinate, è stata protagonista indiscussa del Natale 2013 e di questo inizio del nuovo anno. Il seguitissimo appuntamento con l’arte di eni, curato da Valeria Merlini e Daniela Storti, ha ospitato l’opera nella prestigiosa cornice di palazzo Marino per valorizzarla e raccontarla al pubblico secondo il suo ormai tradizionale format. Prima di tornare a Roma però, la pala è stata temporaneamente restituita al monastero di Sant’Anna a Foligno, dove rimase per oltre due secoli, prima di essere prelevata dai francesi di Napoleone e portata a Parigi, dove subì il trasporto di colore dalla tavola alla tela.

Un regalo che Foligno forse non si aspettava e che ha accolto con un entusiasmo commovente, dimostrato ogni giorno dai cittadini che affrontavano pazientemente una lunga fila e le basse temperature per emozionarsi difronte a questa sacra rappresentazione (dimostrando anche a noi che l’arte non solo interessa tutti ma è anche forza aggregatrice e pane per gli animi). L’opera fu commissionata a Raffaello Sanzio dal folignate Sigismondo de’ Conti, segretario di papa Giulio II, come pala d’altare per la chiesa di Santa Maria in Aracoeli sul Campidoglio romano. Doveva trovarsi proprio in corrispondenza della tomba del de’ Conti, come un monumentale epitaffio. La sua iconografia è in parte legata a questa prima collocazione: la Vergine e il Bambino nella parte alta della pala sono rappresentati secondo la visione dell’imperatore Augusto narrata nella Legenda Aurea di Jacopo da Varagine.  Nel giorno del Natale, l’imperatore avrebbe visto la Madonna con il Bambino sul monte capitolino, difronte a un disco di luce e circondati da una corona di angeli.  In seguito all’interpretazione della Sibilla Tiburtina e avendo riconosciuto la grandezza di quel Bambino, Augusto avrebbe rinunciato a farsi venerare come un dio e avrebbe consacrato alla Vergine il luogo della visione, dove fu eretta la chiesa dell’Aracoeli. La stessa apparizione celeste era stata già rappresentata dal Cavallini nell’affresco irrimediabilmente perduto della stessa chiesa con cui Raffaello dialogò, sostituendo però i testimoni della visone con il committente e i santi Giovanni Battista, Francesco d’Assisi e Girolamo, primo segretario pontificio. Nel paesaggio di fondo, un singolare corpo infuocato, variamente interpretato come meteorite, proiettile di bombarda o cometa, attraversa il cielo sulla città identificata come Foligno. Il dipinto sarebbe un ex voto da parte di Sigismondo de’ Conti per il pericolo scampato in seguito alla caduta di quel corpo celeste sulla sua abitazione. Al centro, in primo piano, un putto con una cosiddetta tabula ansata vuota, che avrebbe accolto l’iscrizione funeraria per Sigismondo. Non sappiamo con certezza se il committente fosse ancora vivo per vedere il dipinto terminato, ma il suo volto scavato, il suo colorito pallido e i suoi occhi privi di luce (gli occhi degli altri santi sono sapientemente illuminati da Raffaello con un tocco di bianco) lascerebbero pensare che fosse in fin di vita o già deceduto. La tabula vuota indicherebbe dunque il trapasso dell’anima di Sigismodo ad altra vita con un silenzio forse ancora più eloquente delle parole e consentirebbe oggi anche a noi che osserviamo di partecipare come testimoni dell’apparizione interrogandoci sul senso e sul valore di quel vuoto.

Giovanna Fazzuoli
15 aprile 2014

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