LE DONNE E IL CUORE

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Fino a qualche anno fa le malattie cardiache erano considerate una prerogativa maschile. In qualche modo c’era qualcosa di ‘eroico’ in quegli infarti degli uomini tra le cui cause, oltre al colesterolo, la pressione alta, il fumo, etc, dominava lo stress da lavoro assente invece nelle donne che restavano a casa a occuparsi della famiglia e quindi in un ambiente più protetto. Ora molti studi riportano, purtroppo, grafici che, mettono alla pari uomini e donne sui rischi di malattie cardiovascolari soprattutto per un forte cambiamento nello stile di vita femminile. Moltissime donne ormai lavorano e, conciliare il lavoro con l’organizzazione della vita familiare che pesa ancora oggi quasi completamente su di loro, provoca ansia, depressione e forte stress che aprono la strada a malattie cardiovascolari.

Secondo l’ultimo rapporto OCSE ‘How’s Life 2013’, facendo la media tra lavoro dentro e fuori casa, le donne lavorano in media 11 ore in più degli uomini, a causa della quota maggiore di lavoro domestico che si assumono. In più le donne che vivono fasi acute di stress tendono a farsi sopraffare emotivamente più degli uomini. E ciò, da un punto di vista medico, sembra che si manifesti con una riduzione di afflusso di sangue al cuore a cui si aggiunge una riduzione dell’azione protettiva degli estrogeni. Spesso poi l’esame cardiologico è l’ultimo pensiero delle donne che già fanno molti screening ginecologici.
Il cuore è protetto dagli estrogeni solo fino alla menopausa e dopo questa, quando gli ormoni calano, il rischio di infarto aumenta, come ha sempre sostenuto il prof. Attilio Maseri, uno dei padri della cardiologia italiana. Forse un aiuto per le donne potrebbe venire da una maggiore condivisione nella coppia dei lavori di casa e della gestione dei figli.
Gli ultimi dati Istat ci dicono che il congedo parentale viene sollecitato solo dal 7% dei padri e l’Inps aggiunge che l’88% dei congedi facoltativi è richiesto dalle donne. Vorrei anche ricordare che in Italia il congedo parentale dura sei mesi con una retribuzione pari al 30%. Mentre in Germania fino a 3 anni di vita del bambino può essere preso per dodici mesi con un’indennità pari al 67% dello stipendio. Forse è necessario anche uno sforzo del legislatore per aiutare le donne.

Anita D’Asaro
11 novembre 2014

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