QUALE VITA DOPO LA PENSIONE
Conversazione con la Dr.ssa Greta Hentsch-Cowles M.S, Direttore del Dallas Family Center.
La nostra cultura è legata a doppio filo alla nostra identità personale. Quando ci presentiamo diciamo subito: sono un giornalista, sono un avvocato, commercio in carni e così via. A volte ci viene perfino domandato se la nostra attività è redditizia oppure no. Non diremmo mai “Sono una persona che lavora come medico” o “Lavoro come giornalista”, etc. Perfino le mamme che non lavorano ma stanno a casa ad accudire i bambini, appena le incontri ti dicono quanti figli hanno e come sono brave ad accudirli. Inoltre aggiungeranno: “Adesso mi occupo esclusivamente di loro, avendo rinunciato alla mia professione”. E allora, quando il nostro valore come essere umano è direttamente associato alla nostra identità professionale, cosa succede quando raggiungiamo l’età della pensione e non potremo più definirci giornalisti o avvocati? Oppure quando i nostri figli ci lasceranno per diventare a loro volta medici o avvocati?
In quei momenti, crediamo di non avere più valore come essere umano, cerchiamo di sottolineare la nostra importanza acquisita sul lavoro dicendo “Io ero quello, io ho fatto” ma la realtà è che non crediamo più a noi stessi come persone e non possiamo trovare un senso alle nostre esistenza quando non contribuiamo più alla società oppure non produciamo più. E, quando alla tenera età di 65 anni, ci dobbiamo ritirare dal lavoro, proviamo un grande senso di amarezza al pensiero che il nostro lavoro, a cui abbiamo dedicato tutta una nostra vita, è ora svolto da qualcuno più giovane.
Con il pensionamento, generalmente, arrivano anche problemi di salute, piccoli acciacchi che ci rendono particolarmente angosciati. Il pensionato, perde la fiducia in se stesso, specialmente quando la sua sicurezza derivava in massima parte dal successo. Nessuno ci chiede più nulla e guardiamo con terrore a quei 20-30 anni che abbiamo davanti.
Harry, un pensionato di 70 anni, è venuto nel mio studio in preda alla depressione. Soffriva d’ansia, non aveva più fiducia in se stesso, non aveva più voglia di vivere. Si era ritirato completamente e non voleva vedere nessuno per non dover ammettere che a questo punto della sua vita non sapeva cosa fare. Era stato un bravissimo avvocato, aveva studi legali in diverse città, aveva costruito un impero economico, ma ora con i mille acciacchi dovuti all’età e senza uno scopo era piombato nella depressione. Abbiamo lavorato insieme a ricostruire la fiducia in se stesso come essere umano, abbiamo ristabilito i suoi rapporti con i suoi genitori. Per 40 anni aveva lavorato indefessamente per dimenticare la sua famiglia di origine, di cui si vergognava. Voleva solo che si parlasse di lui come uomo di successo. Quando si raggiunge il successo si tende ad ignorare e dimenticare la famiglia di origine. Per anni Harry aveva consultato medici ma i suoi malanni si erano fatti sempre più importanti. Harry passava da un medico all’altro poiché non sapeva cosa fare, come impiegare la sua giornata. I pareri dei medici aumentavano l’ansia e la depressione. Abbiamo quindi lavorato sulla sua coscienza di essere umano, sui suoi valori, sulla sua fiducia in se stesso come uomo. La pensione è una sfida, bisogna sfatare il significato che noi “siamo stati, abbiamo fatto ed abbiamo prodotto”. Noi tutti siamo nati esseri preziosi e con innumerevoli qualità, non solo lavorative. Per avere una vita felice, dopo il pensionamento, bisogna guardare agli anni lavorativi, al nostro successo, come anni felici e gratificanti. Anni che però non ci hanno forgiato come esseri umani.
All’età della pensione bisogna essere grati che esistiamo e che la vita è la cosa più importante. Se teniamo a mente questo, saremo pronti ad esplorare nuove opportunità che scaturiranno da una nostra crescita interiore e dalla nostra fiducia in noi stessi e da un grande amore per la vita.
Ascania Baldasseroni
3 marzo 2015

