INIZIAMO A LEGGERE....LE LETTERE DI BERLICCHE

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C. S. Lewis inventa l’espediente di un colloquio epistolare tra demoni, lo zio Berlicche e il nipote Malacoda. Oltre che apprezzabile per arguzia e ironia, l’opera appare come un’utilissima palestra per allenarsi a riconoscere come spesso ci si presentino scelte non buone e maliziose sotto l’apparenza del bene e dell’innocenza.Berlicche offre al nipote una serie di ricchi consigli per dannare le anime degli uomini, soprattutto nei riguardi dei giovani, data l'età dell'anima affidata a Malacoda.

Il Nemico (Dio) e suo Figlio (Cristo) intervengono prontamente in ogni azione di Malacoda e dunque lo zio è costretto a dilungarsi più volte in tanti temi tipicamente legati allo spirito giovanile, come l'amicizia, l'amore, l'orgoglio, il legame con i genitori, la sessualità, la gola; in ciò Lewis utilizza uno stile assai vario, ma sempre incisivo, affrontando con una teologia ad un tempo benevola ed esigente tutte le tematiche sopra citate.
Si evidenzia per tutto il libro uno stridente contrasto tra Berlicche e Malacoda. Quest'ultimo viene descritto assai vicino all'idea convenzionale con cui sono visti comunemente i demoni, cioè desideroso di tentare il suo paziente a compiere peccati eclatanti, abbandonandosi a perversioni stravaganti, costantemente soddisfatto della guerra che imperversa dalla metà del libro fino alla fine. Berlicche, invece, non è per nulla interessato a spingere il paziente a commettere azioni spettacolarmente malvagie, né giudica la guerra un evento particolarmente favorevole alla dannazione delle anime.
Le epistole si presentano come una discussione alternativa della dottrina cristiana raccontata per antitesi. Il tono è molto divertente e così permette con una certa facilità la trattazione di temi molto delicati e non sempre facili da comprendere: in aiuto infatti viene la geniale trovata di mettere il lettore nei panni di Malacoda, per poter così capire con maggior intuizione chi è veramente il cristiano. Quest’uomo, che è chiamato dal diavolo con l’espressione «verme» o «piccolo bruto», non deve pensare a se stesso, deve essere distratto da ciò che ha più a cuore, dai suoi interessi in una sorta di divertissement o distrazione che lo allontana da sé, dalla realtà e da Dio.
Ne pubblichiamo qui di seguito una parte:

Mio caro Malacoda, come di consueto le tue “proposte operative” lasciano trapelare un dilettantismo preoccupante. Se non avessi già dato prova sicura della tua malafede ti si potrebbe credere un infiltrato del Nemico. Più volte ho avuto modo di segnalare all’Amministrazione Pandemoniale che in fasi come questa, decisive, occorrerebbe ben altro che uno sparuto drappello di tirocinanti. Ma, d’altro canto, questo passa il convento – pardon, l’Inferno! Ciò detto, veniamo a noi. Non mi stancherò mai di raccomandarti di non sottovalutare il Nemico, per quanto comprenda appieno il tuo disgusto per le Sue bassezze prive di ogni indegnità, a cominciare da quella insana passione per la materia: carne, pane, pietra, terra, ecc. Tutto ciò ha a che fare, rammentalo bene, con la Sua disdicevole usanza di farsi cibo per concedersi alle proprie creature. Egli, già te ne ho fatto menzione, si prefigge il folle proposito di voler accordare liberamente le volontà dei Suoi figlioli alla propria. Fu Nostro Padre che sta laggiù a insegnarci invece che è l’uomo ad essere, prima di tutto, cibo. Il nostro ideale è bulimico, come la bestia dantesca «che mai non empie la bramosa voglia, e dopo ‘l pasto ha più fame che pria». A che aneliamo se non a schiacciare, sottomettere, assorbire la volontà umana nella nostra? Se diamo impressione di concedere libertà agli esseri umani è solo per meglio asservirli, in seguito, al nostro Ego. Ad ogni modo l’Avversario, bisogna riconoscerlo, gioca la Sua partita con grande abilità strategica. E sia, concediamolo pure! L’astuzia non Gli fa difetto. Non bastava, no di certo!, essersi fatto carne – e non carta. Ha anche spinto i Suoi a raccogliersi non solo intorno a un messa

GM
26 APRILE 2016

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