SANTA MARIA ANTIQUA AL FORO ROMANO

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Dopo trent'anni riapre al pubblico la chiesa di Santa Maria Antiqua, un monumento di straordinaria importanza per lo studio della storia dell'arte, nascosto tra le rovine del Foro Romano. La chiesa è insieme ospite e protagonista di una mostra dal titolo «Santa Maria Antiqua tra Roma e Bisanzio», allestita in occasione della riapertura (fino all’11 settembre) per raccontare ai visitatori la storia dell'edificio, nato dall'adattamento di un complesso pagano dell'epoca di Domiziano (81-96 d.C.). Si trattava probabilmente di un vestibolo monumentale, in una posizione strategica di collegamento tra il Foro e il Palazzo Imperiale, dove già Caligola aveva costruito un ampliamento della domus Tiberiana.

Gli ambienti di Caligola furono distrutti dagli incendi del 64 e dell'80 e rifatti completamente da Domiziano. Nel VI secolo l'aula orientale del complesso Domizianeo, con alti muri scanditi da nicchie che forse un tempo ospitavano la biblioteca, divenne l'atrio della chiesa e fu decorata con affreschi di carattere votivo. Gli ambienti comunicanti del quadriportico voltato (un cortile chiuso da portici sui quattro lati) e dei tre vani a sud di questo furono trasformati nella chiesa di Santa Maria Antiqua. Quest'ultima, recentemente restaurata, riveste un ruolo di primaria importanza per la conoscenza del mondo greco-bizantino, grazie alla presenza di pitture databili dal VI al IX secolo.
Queste immagini sono particolarmente preziose perché la maggior parte delle rappresentazioni sacre risalenti alla stessa epoca sono state distrutte durante l’iconoclastia. Si tratta di circa 250 metri quadri di dipinti che testimoniano un periodo cruciale, di fusione tra diverse tradizioni cultuali e storico-artistiche. La mostra integra il percorso di visita con schermi in alta definizione e proiezioni in video-mapping che facilitano la lettura delle immagini e consentono di ricostruirne la stratigrafia. Anche i visitatori riusciranno così ad apprezzare i dettagli dei dipinti grazie all'illuminazione, allo zoom e agli apparati grafici che circoscrivono i vari strati sovrapposti di pittura. Un intervento di grande impatto che funge contemporaneamente da strumento didattico e di valorizzazione di un monumento di difficile comprensione.
Emblematico è il cosiddetto palinsesto sulla parete a destra dell'abside, costituito da sette strati sovrapposti di cui almeno cinque sono ancora dipinti. Il primo strato di malta serviva come base per l'applicazione della decorazione "a opus sectile" datata tra il IV e il V secolo: una specie di mosaico di lastre marmoree di dimensioni relativamente grandi, tagliate in forme geometriche. Il secondo strato di intonaco è dipinto con una fascia bicroma, probabilmente sempre precristiana; il terzo strato con Maria Regina in trono adorata da un angelo, datato al VI secolo, è stato eseguito prima di ricavare l'abside dallo spessore del muro romano, come suggerisce l'asimmetria del dipinto che originariamente doveva estendersi verso sinistra per includere un secondo e simmetrico angelo adorante.
Di stile molto diverso, legato alla tradizione ellenistica, è il quarto strato con i due frammenti del volto della Madonna e del cosiddetto Angelo Bello, parte di un'annunciazione datata alla prima metà del VII secolo. Altri dettagli, come i due Padri della Chiesa che reggono un cartiglio riferito al Concilio Lateranense del 649 d.C. nel sesto strato di pittura, aiutano a datare gli interventi. Infine, l'ultimo strato fu realizzato sotto il pontificato di Giovanni VII (705-707 d.C.), dopo la rimozione di tutti i precedenti e prima della ridipintura dell'abside al tempo di Paolo I (757-767 d.C).
Per chi non potesse visitare la chiesa, è disponibile una ricostruzione interattiva alla pagina: http://archeoroma.beniculturali.it/santa-maria-antiqua/sites/default/files/stratigrafia_it_0.swf.
La meravigliosa cappella dei Santi Medici, già diaconicon della chiesa, era un ambiente deputato a custodire i paramenti sacri, tipico delle chiese ortodosse orientali. Ancora oggi si conservano le immagini dei santi guaritori che danno il nome alla cappella, dove pare che si radunassero i malati in cerca di guarigione, sperando nell'intercessione divina.
La cappella di sinistra è detta invece di Teodoto, dal nome dell'alto funzionario della Chiesa che la commissionò, come dimostrano l’iscrizione e il ritratto a lui dedicati. Sempre nella stessa cappella, oltre al ciclo pittorico del martirio dei santi Quirico e Giulitta, uno dei più leggibili e meglio conservati della chiesa, sopravvivono eccezionalmente alcune tracce di decorazione rossa forse dell'epoca di Domiziano.

Giovanna Fazzuoli
22 marzo 2016

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