IL MUSEO LABORATORIO DELLA MENTE

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Il complesso di Santa Maria della Pietà, oggi sede degli uffici comunali della città di Roma, termina la sua attività come ospedale psichiatrico nel 1999. La struttura fu teatro di violenze fisiche e psicologiche di cui rimane traccia nei registri dell'ospedale, nelle testimonianze dei pazienti e nelle coraggiose iniziative del personale che diede inizio al cambiamento, poco prima del traguardo rappresentato dalla Legge Basaglia per la riforma psichiatrica dell'anno 1978.

Fondato alla metà del Cinquecento come confraternita in aiuto di poveri, pellegrini e vagabondi, il primo nucleo del Santa Maria della Pietà fu presto trasformato in istituto di ricovero per malati mentali. L'ospedale diviene un luogo di reclusione coatta alternativo al carcere, "perché deve ricevere solo quelli che non possono stare altrove senza grave danno del prossimo" (Regole barberiniane, 1635).
La sede di via della Lungara, voluta da Benedetto XIII, è sovraccarica di pazienti e di problemi che ne impediscono la normalizzazione in senso ospedaliero, nonostante i continui cambiamenti di amministrazione. Il nuovo complesso del Manicomio Provinciale di Santa Maria della Pietà è inaugurato da Vittorio Emanuele III nel 1914 sulla collina di Monte Mario, all'interno di un comprensorio di centotrenta ettari circa, con ventiquattro padiglioni di degenza. Nelle intenzioni del senatore Cencelli, “Sant’Onofrio dovrà presto diventare un centro abitato importante.
Oltre che il Manicomio, vi sarà, fra non molto e a breve distanza, la nuova Scuola di agricoltura, che costruisce pure la nostra Provincia. Case di abitazione popolare sorgeranno attorno al Manicomio per gli infermieri e le loro famiglie; esercizi di rivendita si apriranno sicuramente. E, quando vi sia il tram, anche privati costruiranno nei dintorni ville e villini. Come luogo di villeggiatura non ve n’è altro paragonabile a questo, nelle vicinanze immediate di Roma”.
Ma la vita del Manicomio è tutt'altro che idilliaca. L'arretratezza delle leggi sull'internamento e la mancanza di strutture extra-ospedaliere lo rendono inadeguato a trattare i problemi dei pazienti, aggravando spesso la loro condizione mentale. Nell'agosto del 1975, in seguito all'esperienza condotta da Franco Basaglia nell'ospedale psichiatrico di Gorizia, che dà origine alla prima "comunità terapeutica" italiana, nasce il padiglione XXV, dove un gruppo di infermieri illuminati cerca di applicare la lezione basagliana. Siamo solo all'inizio di un cambiamento radicale nel modo di affrontare la malattia mentale che porterà alla definitiva chiusura del manicomio nel 1999. Un anno dopo, nel 2000, il Museo Laboratorio della Mente racconta la storia dell’ospedale con un percorso interattivo di installazioni multimediali firmate Studio Azzurro.
La memoria dell'ospedale serve da monito per il futuro e introduce i visitatori a una nuova lettura dell’alterità, per abbattere il muro del pregiudizio che circonda il mondo della malattia mentale. Il percorso si apre con la ricostruzione della stanza progettata da Adelbert Ames jr. nel 1935: due visitatori si posizionano sotto alle porte di una stanza il cui pavimento è inclinato in modo da collocare le aperture a due altezze diverse. Chi osserva la stanza dal foro esterno, senza conoscerne la struttura, tende a ricostruire lo spazio secondo le sue esperienze passate e preferisce attribuire la "deformazione" alle due persone in piedi nella stanza, che risultano sproporzionate rispetto alla loro altezza, piuttosto che ammettere l'esistenza di uno spazio diverso dal comune. La stessa indagine sulle alterazioni percettive e sui preconcetti della mente umana viene interpretata da Studio Azzurro con due installazioni audio e video. La prima ci costringe a parlare dentro un microfono per attivare le voci dei pazienti che raccontano il loro internamento.
Il paradosso consiste nell'impossibilità di produrre frasi di senso compiuto per riuscire ad ascoltare il discorso che si sovrappone al nostro. La seconda installazione è costituita da uno specchio e da un proiettore che ci restituisce un'immagine rallentata dei nostri movimenti.
La sensazione di alienazione che proviamo difronte al nostro riflesso in differita ci induce a riflettere sull'importanza del tempo nella costruzione dell'identità. Altre installazioni ci costringono a immedesimarci con i pazienti, dal loro ingresso nel manicomio, quando vengono fotografati con il loro nome scritto su una lavagnetta come fossero detenuti, fino allo sviluppo di comportamenti ossessivo-compulsivi, come il dondolio continuo del busto.
La ricostruzione degli ambienti del manicomio e l'interattività delle opere di Studio Azzurro rendono l'esperienza di visita emotivamente intensa, didattica e partecipativa.

Giovanna Fazzuoli
12 aprile 2016

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